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La politica del chiacchiericcio

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Su esvasione fiscale, migrazioni e riforma della giustizia il solito scambio di frasi a effetto. Manca una visione complessiva. E per i sostenitori del presidenzialismo, Ferragni ha 23 milioni di followers, il centrodestra 12 milioni i voti
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Sull’evasione fiscale, sulla riforma della giustizia penale, come sulle tragedie delle migrazioni si è sviluppato l’abituale scambio di frasi ad effetto. Non si tratta di conflitti, ma solo di bisticci; prevale la convenienza, la furbizia, lo specchietto per porzioni di elettorato o per titolisti dei quotidiani. Sono bisticci d’occasione, privi di quella visione generale, che invece è propria dei conflitti politici. Non guardano al futuro, hanno vita breve e si coniugano spesso allo sdegno, una pretesa di superiorità nei confronti degli “altri,”, considerati incapaci e inferiori.

Lo sdegno e il bisticcio manifestano rancori e danno vita a litigi che separano solo formalmente il vecchio dal nuovo e aprono cunicoli attraverso i quali le cattive pratiche passano da una fase all’altra della storia del Paese. Il conflitto politico è invece cosa diversa; si protrae nel tempo, mette in campo scontri di idee e di argomentazioni, nuclei teorici, di pensieri, visioni del mondo e speranze;…

Sull’evasione fiscale, sulla riforma della giustizia penale, come sulle tragedie delle migrazioni si è sviluppato l’abituale scambio di frasi ad effetto. Non si tratta di conflitti, ma solo di bisticci; prevale la convenienza, la furbizia, lo specchietto per porzioni di elettorato o per titolisti dei quotidiani. Sono bisticci d’occasione, privi di quella visione generale, che invece è propria dei conflitti politici. Non guardano al futuro, hanno vita breve e si coniugano spesso allo sdegno, una pretesa di superiorità nei confronti degli “altri,”, considerati incapaci e inferiori.

Lo sdegno e il bisticcio manifestano rancori e danno vita a litigi che separano solo formalmente il vecchio dal nuovo e aprono cunicoli attraverso i quali le cattive pratiche passano da una fase all’altra della storia del Paese. Il conflitto politico è invece cosa diversa; si protrae nel tempo, mette in campo scontri di idee e di argomentazioni, nuclei teorici, di pensieri, visioni del mondo e speranze; ha l’obbiettivo di costruire un ordine diverso, più giusto e perciò mobilita le coscienze, mentre il bisticcio mobilita i cronisti.

A volte il conflitto politico si accompagna alla indignazione, cosa diversa dallo sdegno, perché possiede componenti di ragione e di valore. Mentre nello sdegno e nel bisticcio confliggono due pretese verità, nella indignazione e nel conflitto si manifesta un disvelamento, una conquista strappata all’occultamento o alla mistificazione che rende possibile un progresso, un passo in avanti. Nel campo politico l’onere del conflitto grava sulle spalle dell’opposizione. Le maggioranze, infatti, non hanno interesse a costruire un ordine diverso dal proprio perché la loro visione del mondo è stata premiata dal voto; hanno solo il compito di metterla in atto nell’esercizio del governo. Le opposizioni parlano di prepotenza. In realtà, se esercitata nell’ambito delle regole, si tratta di potenza, di messa in atto della forza politica, che va contrastata non con i piagnistei ma con il conflitto politico, con una diversa visione del mondo, un diverso programma di azioni parlamentari, sociali, popolari idonee a sostenerla.

L’assenza del conflitto politico è la ragione di fondo dell’astensione dal voto. Autorevoli rappresentanti delle tesi della elezione diretta di un capo, presidente della Repubblica o presidente del Consiglio, spiegano che con questa riforma i cittadini non diserterebbero più le urne perché correrebbero felici ad eleggere il proprio capo. Se questo avvenisse, avrebbe qualche buona chance la signora Ferragni che ha 23 milioni di followers, mentre l’intero centrodestra nelle ultime elezioni politiche ha vinto con 12 milioni di voti, circa la metà dei consensi di quella signora. Peraltro l’auspicio è smentito dai dati. I cittadini già oggi eleggono direttamente sindaci e presidenti di Regione, ma con deludenti partecipazioni al voto. Nè si può dire che l’abbandono delle urne dipende dal fatto che i cittadini sentono di contare poco nelle scelte che li riguardano. Non è che nella Prima Repubblica, quando votava circa il 90% degli elettori, i cittadini contassero di più. Ma a quel tempo c’era il conflitto politico tra i maggiori partiti e i cittadini partecipavano alla vita del Paese attraverso la partecipazione a quel conflitto che non si esauriva nei cortei o nelle scadenze elettorali, ma si manifestava nel dibattito culturale, nelle analisi e nelle proposte degli intellettuali, nel dialogo tra le diverse parti politiche e le diverse correnti intellettuali.

È quello che oggi bisognerebbe ricostruire, nelle forme della modernità. Gli intellettuali non ancora schierati con il fronte dei catastrofisti, e non ancora iscritti al club degli acquietati, potrebbero forse dare una mano.

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