Biden-Meloni, politica del telefono
di Stefano FolliWashington: il presidente degli Stati Uniti Joe Biden
Alla fine la telefonata di Biden a Giorgia Meloni è arrivata. Con ventiquattro ore di ritardo rispetto al primo giro del presidente americano con i soliti noti: il premier inglese, il cancelliere tedesco, il presidente francese. Insomma, il Quartetto ormai tradizionale che prende forma quando Washington ha bisogno di sentire la voce degli alleati.
A quel tavolo di solito manca la quinta sedia, quella dell’Italia. Invece la sedia è stata aggiunta. Forse alla Casa Bianca ci si è resi conto dell’errore.
La gravità degli eventi in Russia è tale che la compattezza occidentale deve essere prioritaria. E se c’è bisogno di una telefonata per gratificare un alleato come l’Italia, che sull’Ucraina è stato saldo e determinato fin dal primo giorno e che non merita di subire una mortificazione, che si faccia questa telefonata.
Tutto risolto, dunque? Il vecchio Quartetto si è trasformato in un Quintetto di pronta consultazione, in grado di intervenire negli scenari più drammatici?
È bene e…
Alla fine la telefonata di Biden a Giorgia Meloni è arrivata. Con ventiquattro ore di ritardo rispetto al primo giro del presidente americano con i soliti noti: il premier inglese, il cancelliere tedesco, il presidente francese. Insomma, il Quartetto ormai tradizionale che prende forma quando Washington ha bisogno di sentire la voce degli alleati.
A quel tavolo di solito manca la quinta sedia, quella dell’Italia. Invece la sedia è stata aggiunta. Forse alla Casa Bianca ci si è resi conto dell’errore.
La gravità degli eventi in Russia è tale che la compattezza occidentale deve essere prioritaria. E se c’è bisogno di una telefonata per gratificare un alleato come l’Italia, che sull’Ucraina è stato saldo e determinato fin dal primo giorno e che non merita di subire una mortificazione, che si faccia questa telefonata.
Tutto risolto, dunque? Il vecchio Quartetto si è trasformato in un Quintetto di pronta consultazione, in grado di intervenire negli scenari più drammatici?
È bene essere cauti. Per ora va segnalato questo “premio” all’alleato che si è guadagnato una sua credibilità nonostante le ombre che solcano qui e là la maggioranza di centrodestra. Giorgia Meloni, leader nazionalista, ha saputo schierare l’Italia dalla parte dell’Ucraina aggredita superando di slancio i vecchi distinguo che anche a destra, non solo a sinistra, segnalavano diffidenza verso gli Stati Uniti.
Fino ad arrivare al filo-putinismo esplicito di Salvini, che da vicepremier di Conte si era recato in visita nella Crimea appena occupata dai russi.
Un gesto del genere pesa e non poco nei rapporti internazionali. Tuttavia, se la mancata telefonata sarebbe stata interpretata in modo assai negativo nel mondo della diplomazia, il gesto del giorno dopo indica il chiaro desiderio americano di non indebolire l’amico italiano, anche pensando al nostro ruolo in Africa del Nord, dove pare che i “wagneriani” siano intenzionati a rafforzare le posizioni. Comunque sia, l’iniziativa di Biden segnala un paio di aspetti su cui a Roma si dovrà riflettere.
Primo, il tentato golpe della brigata di Prigozhin ha mostrato tutte le fragilità della Russia di Putin, sfibrata da un anno e mezzo di insuccessi militari. Allo stesso tempo, la crisi nella crisi ha confermato l’inconsistenza politica dell’Unione europea.
Certo, la guerra in Ucraina ha prodotto una condanna unanime, reiterata dai vari governi e da Ursula von der Leyen a nome della Commissione. Kiev ne ha beneficiato e ha ricevuto aiuti militari. Ma il peso dell’Unione negli equilibri internazionali resta modesto.
Secondo. Non a caso, vediamo il presidente americano che non tiene in considerazione l’Europa perché non la vede come entità politica — al pari di Kissinger ai suoi tempi — e quindi si affida alle capitali più rilevanti nel rapporto bilaterale: Londra, Berlino e Parigi. Forse Roma, se non si tratta di un fuoco di paglia.
Terzo. In passato, sia con Berlusconi sia con gli esecutivi di centrosinistra, la situazione non era molto diversa. Il Quartetto degli alleati privilegiati non si è quasi mai trasformato in un Quintetto.
Era l’ambizione di Mario Draghi e va detto che da presidente del Consiglio era andato molto vicino all’obiettivo, in virtù del suo prestigio e della sua storia. Come pure grazie all’insistenza con cui difendeva il vincolo euro-atlantico: per cui il famoso viaggio in treno verso la capitale ucraina con Macron e Scholz era subito sembrato l’immagine simbolo di un’Italia che s’inseriva, sì, nel declinante asse franco-tedesco, ma si faceva garante al tempo stesso della stretta alleanza con Washington.
Oggi Giorgia Meloni può vantare un’immagine positiva presso l’amministrazione di Washington. Tuttavia lei per prima dovrebbe continuare a scrutare le zone d’ombra dello spettro politico, il ventaglio delle ambiguità, una certa tentazione del doppio gioco in settori della maggioranza.