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I muscoli dello zar

Il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin

 (ansa)
Il diktat di Putin alla Wagner nel discorso alla nazione
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Il discorso di Putin, nella cornice solenne del Cremlino e in un orario davvero inconsueto (a Mosca erano passate le dieci di sera), sembra diretto a un’audience internazionale piuttosto che a quella domestica. Più che rassicurare i suoi sudditi sul fallimento della rivolta, ha voluto mostrare i muscoli, anche con il linguaggio del corpo, oltre che con parole dal tono rabbioso. Per dire che in Russia c’è ancora un uomo solo al comando e quest’uomo è lui. E rispondere così a chi in Occidente lo descriveva indebolito dalla marcia della Wagner e cominciava a chiedersi chi sarebbe potuto venire dopo di lui e in quali mani poteva finire l’arsenale nucleare della superpotenza atomica.

Questi timori sulle enormi incognite del processo di successione al Cremlino ci riportano indietro nel tempo: ai primi anni della balbettante democrazia della Russia post-sovietica. Era il 1996 e l’allora presidente americano Bill Clinton informò Strobe Talbott, il suo consigliere per gli affari russi, che av…

Il discorso di Putin, nella cornice solenne del Cremlino e in un orario davvero inconsueto (a Mosca erano passate le dieci di sera), sembra diretto a un’audience internazionale piuttosto che a quella domestica. Più che rassicurare i suoi sudditi sul fallimento della rivolta, ha voluto mostrare i muscoli, anche con il linguaggio del corpo, oltre che con parole dal tono rabbioso. Per dire che in Russia c’è ancora un uomo solo al comando e quest’uomo è lui. E rispondere così a chi in Occidente lo descriveva indebolito dalla marcia della Wagner e cominciava a chiedersi chi sarebbe potuto venire dopo di lui e in quali mani poteva finire l’arsenale nucleare della superpotenza atomica.

Questi timori sulle enormi incognite del processo di successione al Cremlino ci riportano indietro nel tempo: ai primi anni della balbettante democrazia della Russia post-sovietica. Era il 1996 e l’allora presidente americano Bill Clinton informò Strobe Talbott, il suo consigliere per gli affari russi, che aveva deciso di aiutare Boris Eltsin a vincere le elezioni presidenziali e conquistare così un secondo mandato, Talbott gli sciorinò una serie di obiezioni: la Casa Bianca non poteva sostenere un politico così inaffidabile, capace di cambiare linea da un momento all’altro, che aveva lasciato la Russia in mano a predatori senza scrupoli e portato l’economia al collasso. E, aggiunse come argomento per che pensava dirimente, è molto spesso ubriaco. Clinton lo ascoltò con aria condiscendente e poi replicò: “Ricordati che per noi e per l’Occidente è meglio un Eltsin ubriaco che qualunque suo successore sobrio”.

Il successore sobrio è arrivato quattro anni dopo ed è Vladimir Putin. Eltsin pensava di potersi fidare di lui, di poterlo controllare e guidare. Ma si sbagliava. L’ex colonnello del Kgb voleva tutto il potere solo per sé: Putin umiliò Eltsin così come Eltsin aveva umiliato Gorbaciov. Anche l’Occidente si illuse di poter tenere Putin sotto controllo. Il presidente Bush (figlio) disse che guardandolo negli occhi poteva “vedere la sua anima”. Ma aveva visto l’anima sbagliata. Quella vera Putin la svelò con il durissimo discorso contro l’Occidente alla conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007. E poi, in un crescendo wagneriano, con la guerra alla Georgia, quella mascherata e a bassa intensità con gli “omini verdi” senza mostrine nel Donbass ucraino, l’annessione della Crimea, per finire con l’“operazione militare speciale” in Ucraina.

Ma ora che lo zar è nudo e a denudarlo è stato quello che sembrava uno dei suoi più fedeli servitori, Evgenij Prigozhin, il “cuoco di Putin” diventato il “macellaio di Putin” con i mercenari della Wagner in Ucraina, la replica di Clinton a Talbott, adattata ai giorni nostri, torna di attualità: e se al Cremlino dopo Putin venisse uno peggiore di Putin?

Lo scenario di una potenza nucleare con migliaia di testate atomiche in mano a personaggi come Prigozhin o addirittura come il ceceno Ramzan Kadyrov sembra fantapolitica. Ma la marcia della Wagner ha dimostrato che si può arrivare a 200 chilometri dal Cremlino con i blindati. E il tema dunque non può essere ignorato dalla Nato, che l’11 e il 12 luglio terrà il suo vertice a Vilnius. Nelle prossime settimane capiremo forse che cosa sta accadendo nella verticale del potere in Russia, in cui comunque si sono aperte “crepe vistose”, avverte Antony Blinken. Secondo il segretario di Stato americano, “non abbiamo ancora visto l’ultimo atto”, perciò occorre essere ancora più vigilanti perché si è aperta una fase di instabilità in Russia.

Mikhail Khodorkovskij, che ha fatto anni di carcere siberiano per aver osato sfidare politicamente il nuovo zar rompendo il patto con gli oligarchi (“voi arricchitevi, ma state lontano dalla politica”), ha detto in una recente intervista a Sky che Putin uscirà dal Cremlino “soltanto morto”. Un ricambio incruento sembra a lui impossibile per l’accumulo di potere solitario che Putin ha realizzato in questi 23 anni. Il rebus russo è sempre più avvolto nel mistero, direbbe Churchill. Ma proprio per questo le “crepe vistose”, di cui parla Blinken, mettono in allarme l’Occidente per via della questione nucleare. Nel febbraio di quest’anno la Russia si è ritirata dal “New Start”, il trattato che limita la proliferazione nucleare, dopo aver già cancellato nel 2022 i meccanismi di controllo. Siamo entrati in un vicolo cieco, che l’instabilità di questi giorni rende ancora più inquietante.

Perciò il tema sarà inevitabilmente centrale all’imminente vertice della Nato, che si tiene tra l’altro nella capitale di uno di quei Paesi che si sentono più esposti alla minaccia russa, dopo essere stati costretti a far parte dell’Unione Sovietica. Uno dei punti in agenda è l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, argomento controverso ma che gli eventi di questi giorni hanno reso ancora più pressante, come ha ricordato ieri su questo giornale l’ambasciatore Kurt Volker. Ma ora l’agenda si è arricchita di un punto forse ancora più scottante e delicato: come evitare che il dito che potrebbe premere il bottone nucleare a Mosca appartenga alla mano sbagliata.

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