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Guerra d’attrito nel regime

Yevgeny Prigozhin

 

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“Non è un golpe ma una protesta”. È con questa frase che Evgenij Prigozhin tenta di fare chiarezza sul proprio comportamento e prova a chiudere un capitolo quasi decennale della strategia militare russa.

Però, come spesso succede nella storia, bisogna far di conto con l’eterogenesi dei fini; ossia quel concetto, teorizzato dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt, secondo il quale i fini che la storia realizza non sono quelli che gli individui o le comunità si propongono ma piuttosto la risultante della combinazione, del rapporto e del contrasto delle volontà e delle condizioni oggettive.

E così Prigozhin, che con la sua Wagner è frutto della teoria “Gerasimov”, in Africa ha fatto le sue fortune, e rivolge dapprima le sue lamentele e poi i suoi mercenari contro il Capo di Stato maggiore delle forze armate Valerij Gerasimov e il ministro della Difesa Sergei Shoigu. Questi due, però, non sono due generali qualsiasi: Shoigu — che in verità non è mai stato generale in servizio — è …

“Non è un golpe ma una protesta”. È con questa frase che Evgenij Prigozhin tenta di fare chiarezza sul proprio comportamento e prova a chiudere un capitolo quasi decennale della strategia militare russa.

Però, come spesso succede nella storia, bisogna far di conto con l’eterogenesi dei fini; ossia quel concetto, teorizzato dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt, secondo il quale i fini che la storia realizza non sono quelli che gli individui o le comunità si propongono ma piuttosto la risultante della combinazione, del rapporto e del contrasto delle volontà e delle condizioni oggettive.

E così Prigozhin, che con la sua Wagner è frutto della teoria “Gerasimov”, in Africa ha fatto le sue fortune, e rivolge dapprima le sue lamentele e poi i suoi mercenari contro il Capo di Stato maggiore delle forze armate Valerij Gerasimov e il ministro della Difesa Sergei Shoigu. Questi due, però, non sono due generali qualsiasi: Shoigu — che in verità non è mai stato generale in servizio — è in posizione di comando del 1994 quando fu nominato presidente del comitato statale per la protezione civile e dal 2012 è ministro della Difesa della Federazione russa. L’altro è il famoso, molto rispettato, generale Gerasimov, capo di Stato maggiore delle forze armate russe dal 2012 e, dall’inizio di quest’anno, responsabile di tutte le operazioni militari sul fronte ucraino.

Prigozhin, uno dei fedelissimi di Putin, dopo mesi di dichiarazioni aggressive e critiche rivolte ai vertici militari, non ha accettato le condizioni presidenziali, probabilmente dettate da Shoigu e Gerasimov, considerati da Prigozhin la causa delle perdite russe in Ucraina, di subordinare il suo Wagner group al Ministero della Difesa della Federazione Russa.

L’atteggiamento neutrale alla crisi da parte dell’Occidente, il forte richiamo patriottico di Putin, la diffidenza delle forze armate e il sopravvento della controffensiva ucraina hanno fatto il resto e quello che, ad una prima analisi, sembra avere tutto il sapore di un regolamento di conti tra due parti rischia, proprio per l’eterogenesi dei fini, di indebolire strategicamente la Russia anziché salvarla da quei generali che, purtroppo, ne hanno fatto un erogatore particolarmente efficiente di instabilità regionale.

Quali saranno le conseguenze della ribellione o della protesta o di quello che all’inizio sembrava un colpo

di Stato sul terreno ucraino è difficile prevederlo.

Oggi il conflitto mostra tutte le caratteristiche di una guerra di attrito destinata a tratti a veder diminuire l’intensità dello sforzo bellico, per poi assistere a riprese offensive e comunque a dilatarne la durata.

Sul fronte interno russo, che poi è quello dove si colloca la ribellione di Prigozhin, la situazione è altrettanto imprevedibile. La storia russa non è nuova ad eventi che hanno causato cambi di regime dal percorso imprevedibile o che ne hanno rafforzato la stabilità.

Nel 1991, in seguito al Putsch di agosto, gli Stati dell’Unione iniziarono a dichiarare la propria indipendenza, il 25 dicembre il presidente Gorbaciov rassegnò le dimissioni e il giorno successivo l’Urss cessò formalmente di esistere. Anche nel 1993, il nuovo colpo di stato fallì in un paio di giorni ma questa volta, diversamente da quanto accaduto nel 1991, il presidente Boris Eltsin viene messo in stato di accusa ma è rimasto in carica fino al 1999 riuscendo a varare una serie di riforme che hanno dato vita alla Russia di Putin.

Quello che invece appare più imprevedibile sono le conseguenze al di fuori dei confini russi. La guerra in Ucraina continua ad essere caratterizzata da puntate offensive per riguadagnare la sponda est del Dnipro. Ma non sembra in questo momento che le problematiche interne abbiano intaccato il morale delle forze armate russe tanto da determinarne il crollo.

Gli indicatori lasciano pensare che la guerra di attrito possa continuare e la preoccupazione tra i Paesi della Nato continua a crescere così come lo schieramento di armi tattiche nucleari russe in Bielorussia. Non è un caso che invertendo un trend iniziato dalla fine della seconda mondiale, la Germania — secondo quanto annunciato dal ministro della difesa tedesco Boris Pistorius — contribuirà

a sostenere il fianco est della Nato dispiegando permanentemente 4000 soldati aggiuntivi nell’ambito della Enhanced Forward Presence (EFP-Lituania) una missione istituita dalla Nato nel 2017 per proteggere il suo confine orientale dalle crescenti minacce della Russia. Ripeto la data importante 2017, sei anni fa. Forse la minaccia non avrebbe dovuto essere inaspettata come lo è stata.

Sul fianco sud dell’Europa la situazione è ancora più complessa perché è proprio nel continente africano che le attività di Wagner, sfruttando le crisi che affliggono l’area, e dispiegando lo sforzo espansionistico della Russia di Putin, hanno contribuito ad alimentare le instabilità locali. Tale impegno continua a dispetto della guerra in Ucraina in cui è assai prevedibile che Wagner continuerà a giocare il ruolo per la quale è nato, il principale organismo “privato di sicurezza” responsabile dei conflitti ibridi della Russia teorizzati guarda caso proprio del generale Gerasimov.

È proprio sul fianco sud che l’Europa e i suoi alleati dovrebbero porre in essere ogni sforzo utile per liberare quei territori dal gioco dei miliziani di Wagner.

Intervenire alla radice dei problemi è una decisione difficile, invocata giustamente anche dal governo italiano e non ulteriormente rimandabile. Gli eventi degli ultimi anni ci hanno insegnato che le crisi che esistono nell’area mediterranea sono troppo importanti per la sicurezza nazionale dei Paesi europei oltre a considerarne gli aspetti umanitari legati alla violenza sui civili. Bene ha fatto il governo ad agire proattivamente e il presidente del Consiglio Meloni, a coinvolgere il presidente Ursula Von der Leyen nella gestione della crisi tunisina, volta a discutere di economia, energia, ma soprattutto di immigrazione.

Solo un approccio coraggioso e corale può aiutare i paesi del continente africano a liberarsi dalla pressione della Russia e dalle milizie di Wagner per creare condizioni di sicurezza che sono precondizione per lo sviluppo economico sociale di cui il continente ha bisogno e da cui dipende anche il nostro futuro.

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