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Mes, l’Italia inadempiente

Giorgia Meloni arriva al vertice Ue senza la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità. E con una bugia
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Giorgia Meloni arriva al vertice europeo di Bruxelles per rappresentare un Paese inadempiente. Il suo governo e la sua maggioranza ancora una volta si sono rifiutati di ratificare il Mes, quel Meccanismo europeo di stabilità creato nel 2011 con l’approvazione del governo Berlusconi IV.

Era, quello, il momento culminante della crisi dei debiti sovrani e il governo Berlusconi si trovava sull’orlo della bancarotta. Il Mes faceva parte della rete di sicurezza frettolosamente costruita per salvare la moneta unica.

Fortunatamente pochi mesi dopo Berlusconi fu costretto alle dimissioni e l’Italia, guidata da Mario Monti, riuscì a raddrizzare i conti e ad evitare il default senza dover ricorrere all’aiuto del Mes.

Da allora molte cose sono cambiate e il Mes, di cui l’Italia è il terzo azionista dopo Germania e Francia, è diventato soprattutto uno strumento finanziario per evitare i tracolli bancari e dunque un elemento portante di quella Unione bancaria di cui Roma chiede con ins…

Giorgia Meloni arriva al vertice europeo di Bruxelles per rappresentare un Paese inadempiente. Il suo governo e la sua maggioranza ancora una volta si sono rifiutati di ratificare il Mes, quel Meccanismo europeo di stabilità creato nel 2011 con l’approvazione del governo Berlusconi IV.

Era, quello, il momento culminante della crisi dei debiti sovrani e il governo Berlusconi si trovava sull’orlo della bancarotta. Il Mes faceva parte della rete di sicurezza frettolosamente costruita per salvare la moneta unica.

Fortunatamente pochi mesi dopo Berlusconi fu costretto alle dimissioni e l’Italia, guidata da Mario Monti, riuscì a raddrizzare i conti e ad evitare il default senza dover ricorrere all’aiuto del Mes.

Da allora molte cose sono cambiate e il Mes, di cui l’Italia è il terzo azionista dopo Germania e Francia, è diventato soprattutto uno strumento finanziario per evitare i tracolli bancari e dunque un elemento portante di quella Unione bancaria di cui Roma chiede con insistenza il completamento.

Ma per la destra italiana resta il simbolo imperituro del proprio fallimento di dodici anni fa. Come tale si è trasfigurato, nella narrazione emotiva con cui i populisti vanno a caccia di consenso politico, in una entità demoniaca potenzialmente capace non di salvare il Paese e le sue banche, ma di sottomettere gli italiani e la “Patria” alle regole di un’Europa matrigna e invadente che pretende conti in ordine e buona amministrazione.

Il principio di realtà non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Basterebbe infatti non richiedere l’intervento del Mes per evitare di sottoporsi alle sue condizioni. Ma il principio di realtà non porta voti ai populisti. E i fantasmi dei fallimenti passati sono difficili da esorcizzare, soprattutto per chi, come la destra oggi al governo, sulla paura dei fantasmi di ogni genere ha costruito il proprio edificio politico.

Questo spiega perché Meloni si sia rifiutata di autorizzare la propria maggioranza a ratificare il Mes mettendo l’Italia nell’imbarazzante situazione di essere l’unico Paese dell’Unione monetaria che ancora non lo ha fatto, disattendendo gli impegni presi da Berlusconi dodici anni fa e solennemente confermati dai successivi governi.

Ma Giorgia Meloni non porta a Bruxelles solo un’inadempienza, che per gli altri europei risulta incomprensibile. Porta anche una bugia, che ha ripetuto in Parlamento. La bugia è che la mancata ratifica non è dovuta ad una valutazione «di merito» ma ad una considerazione «di metodo».

«L’interesse dell’Italia oggi è affrontare il negoziato sulla nuova governance europea con un approccio a pacchetto, nel quale le nuove regole del patto di stabilità, il completamento dell’unione bancaria e i meccanismi di salvaguardia finanziaria si discutono nel loro complesso», ha spiegato la premier.

In altre parole, il governo spera di poter “vendere” agli europei la ratifica del Mes in cambio di concessioni da parte della Germania sulla riforma del Patto di stabilità.

Questo non è solo un calcolo sbagliato, è un calcolo falso. È sbagliato perché l’inadempienza dell’Italia ci mette in difficoltà proprio mentre andiamo in Europa a chiedere aiuto sui migranti e comprensione sui ritardi del Pnrr, che minacciano i finanziamenti Ue. Senza contare che i nostri partner, stufi di aspettare la ratifica italiana, potrebbero decidere di andare avanti senza di noi, tagliandoci così di fatto fuori dal completamento dell’Unione bancaria.

Ma il calcolo di Meloni è anche pretestuoso, perché la discussione sulla riforma del Patto di stabilità sta già andando nel senso auspicato dall’Italia e dalla Commissione europea. E l’unico modo per rafforzare la nostra posizione e superare le residue resistenze tedesche è quello di trovare un sempre maggior numero di alleati, a cominciare dalla Francia.

Dare un calcio in bocca ai nostri partner rifiutando la ratifica di un accordo che abbiamo firmato dodici anni fa non è certo il miglior modo per convincerli della bontà delle nostre argomentazioni.

La verità, che Meloni non dice, è purtroppo un’altra. La leader della maggioranza di destra è talmente prigioniera della irragionevole ma rumorosa campagna che per anni ha condotto contro il Meccanismo europeo di stabilità, che pensa di poterlo far digerire ai suoi solo spacciandolo come moneta di scambio per ottenere ipotetici vantaggi su altri tavoli.

In realtà cerca di spendere una moneta fasulla, perché nessuno è disposto a fare concessioni in cambio di una ratifica che è ampiamente dovuta e la cui mancanza danneggia soltanto l’Italia.

Le minacce autolesioniste hanno scarsa credibilità in generale, e ne hanno ancor meno nei palazzi europei. Ma si può stare certi che la premier sarà prontissima a vendere qualsiasi decisione europea su uno dei tanti tavoli che ci vedono in posizione di debolezza come uno straordinario successo della sua tattica negoziale.

E potrà così giustificare la ratifica del Mes come un tributo al suo genio strategico. Sarà l’ennesimo teatrino della politica, come diceva Berlusconi che di teatrini si intendeva. Il rischio è che potremmo dover aspettare ancora a lungo prima che Meloni sia in grado di calarne il sipario.

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