✕

Per un nuovo ambientalismo

2 minuti di lettura

Dopo la tragedia causata dall’evento climatico estremo in Emilia-Romagna è riemerso, come un fiume carsico, il dibattito sull’ambientalismo ideologico che bloccherebbe le opere utili al Paese. Il ministro Salvini ha rispolverato la narrazione sulle mancate pulizie degli alvei e sulle azioni che verrebbero impedite contro la proliferazione delle nutrie, responsabili dei danneggiamenti degli argini; Pichetto Fratin ha parlato di ambientalismo da loft; Musumeci di “integralismo ambientalista nocivo per la tutela dell’ambiente”. Tutte dichiarazioni assai discutibili, che hanno alimentato un dibattito sterile, a tratti qualunquistico, come quelli ricorrenti su “i politici che rubano” o “le imprese che inquinano”.

È stato innescato uno scontro verba…

Dopo la tragedia causata dall’evento climatico estremo in Emilia-Romagna è riemerso, come un fiume carsico, il dibattito sull’ambientalismo ideologico che bloccherebbe le opere utili al Paese. Il ministro Salvini ha rispolverato la narrazione sulle mancate pulizie degli alvei e sulle azioni che verrebbero impedite contro la proliferazione delle nutrie, responsabili dei danneggiamenti degli argini; Pichetto Fratin ha parlato di ambientalismo da loft; Musumeci di “integralismo ambientalista nocivo per la tutela dell’ambiente”. Tutte dichiarazioni assai discutibili, che hanno alimentato un dibattito sterile, a tratti qualunquistico, come quelli ricorrenti su “i politici che rubano” o “le imprese che inquinano”.

È stato innescato uno scontro verbale che non ha permesso di affrontare i problemi alla base del rischio idrogeologico a cui sono esposti 7 milioni di cittadini in Italia, perché nel passato sono stati tombati i fiumi, si è autorizzato a costruire in aree non idonee o in prossimità dei corsi d’acqua, sono stati approvati 3 condoni edilizi nazionali per sanare case costruite illegalmente, con materiali scadenti, senza il rispetto dei vincoli che garantiscono l’incolumità delle persone.

Con l’emergenza climatica che avanza non serve rilanciare la “corsa” a chi costruisce argini sempre più alti, ma è fondamentale, ad esempio, permettere ai fiumi di esondare in modo controllato nelle aree o vasche di laminazione, la cui costruzione è spesso in ritardo. Così come è decisivo procedere alla delocalizzazione degli edifici costruiti in aree a rischio e sviluppare un’efficace campagna informativa di convivenza con il rischio, perché continuano a perdere la vita annegando ancora troppe persone, che scendono, inconsapevoli, in strada o nei piani bassi degli edifici invece di salire in alto.

Nella nostra storia più che quarantennale gli ambientalisti del “no a tutto” li abbiamo conosciuti bene, sia a livello nazionale che sul territorio, tra le organizzazioni di cittadini, ma anche al governo, dentro le aule parlamentari, i consigli regionali o comunali, e sono una parte dei problemi che assillano l’Italia.

In questo Paese, su questi temi, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Chi governa a livello nazionale e regionale, ad esempio, dovrebbe semplificare le normative, garantire controlli adeguati e velocizzare gli iter autorizzativi. Non è così nel Paese che ha autorizzato in sei mesi i rigassificatori galleggianti di Piombino e Ravenna e che mediamente impiega sei anni per dare il via libera a un parco eolico.

La nostra è una nazione in cui si continua a rincorrere l’apparenza invece di puntare alla sostanza. Dovremmo spendere più di 13 miliardi di euro (che ad oggi non ci sono) per realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. Una grande opera pubblica per connettere “finalmente” al continente la Sicilia, dove per andare da Trapani a Ragusa sono necessarie 13 ore, cambiando 4 treni regionali.

Dobbiamo cambiare registro per rendere l’Italia un Paese più moderno. E dobbiamo farlo ora, alla vigilia di una stagione in cui dovremo aprire decine di migliaia di cantieri per velocizzare la transizione ecologica. Il Paese ha bisogno di impianti, opere e infrastrutture che vanno nella direzione della decarbonizzazione e che meritano di essere replicati in tutte le regioni. Tutti quelli che si definiscono ambientalisti dovrebbero mobilitarsi per far realizzare gli impianti eolici a terra e a mare, l’agrivoltaico che sui terreni agricoli integra la produzione agricola con quella energetica, i tetti fotovoltaici anche nei centri storici, i digestori anaerobici per la produzione di biometano e compost, le opere ferroviarie per treni più moderni, frequenti e veloci, i depuratori delle acque reflue e gli impianti industriali più innovativi, come quelli dell’economia circolare per recuperare le materie prime critiche.

Non è più il momento del “ma anche”. Bisogna scegliere quale strada far imboccare all’Italia, fuori dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il nostro è l’ambientalismo del “sì” a tutte le opere e alle infrastrutture utili alla decarbonizzazione made in Italy, a cui andrebbero destinate anche le risorse che invece si vogliono ancora investire sulle fonti fossili, a partire dal gas, come prevede il governo Meloni col nuovo “piano Mattei”. Solo così saremo in grado di liberare, velocemente, il Paese dall’inquinamento, dalla dipendenza dall’estero e dai dibattiti sterili davanti a catastrofi come quella che ha colpito anche l’Emilia-Romagna. 

 

L’autore è presidente di Legambiente

Leggi i commenti