La Procura di Milano non demorde. Se i figli di due mamme non possono essere privati legalmente di una di loro perché non sono nati tramite gestazione per altri, si ricorrerà alla sentenza della Corte di Cassazione che dice che i genitori devono essere necessariamente di due sessi (e peggio per chi ha un solo genitore). Ma le cose non sono così semplici, neppure sul piano biologico che tanto piace ai nostri legislatori e a parte dei giudici.
La maternità lesbica, infatti, pone una sfida che va al di là della questione se sia legittimo per due persone dello stesso sesso diventare ed essere riconosciuti come genitori. La maternità lesbica, infatti, spesso, anche se non sempre, vede entrambe le madri concorrere…
La Procura di Milano non demorde. Se i figli di due mamme non possono essere privati legalmente di una di loro perché non sono nati tramite gestazione per altri, si ricorrerà alla sentenza della Corte di Cassazione che dice che i genitori devono essere necessariamente di due sessi (e peggio per chi ha un solo genitore). Ma le cose non sono così semplici, neppure sul piano biologico che tanto piace ai nostri legislatori e a parte dei giudici.
La maternità lesbica, infatti, pone una sfida che va al di là della questione se sia legittimo per due persone dello stesso sesso diventare ed essere riconosciuti come genitori. La maternità lesbica, infatti, spesso, anche se non sempre, vede entrambe le madri concorrere direttamente all’atto procreativo, una come madre gestante, l’altra come madre genetica, in quanto ha fornito gli ovuli. Entrambe, quindi, hanno le caratteristiche necessarie per essere riconosciute come “genitori naturali”. Se ciò non avviene nel nostro Paese è per un peculiare meccanismo giuridico, in base al quale la paternità genetica è riconosciuta agli uomini, il cui contributo biologico alla procreazione - sia entro la coppia eterosessuale sia nel caso di ricorso a gestazione per altri - è costituito esclusivamente dalla fornitura di sperma, ma la maternità è riconosciuta solo alla gestante, anche se questa non è anche madre biologica.
La separazione dei due contributi alla procreazione in due madri diverse sembra impensabile quando entrambe rivendicano la propria maternità. Mentre un uomo può rivendicare la paternità di un figlio su base genetica, una donna non può fare altrettanto. Per lei, il principio genetico non vale se non è accompagnato anche da gestazione, nonostante, aggiungo, la produzione di ovuli per il trapianto nell’altra donna-madre sia certamente più complesso e fisicamente più oneroso che la produzione di sperma. Eppure, a ben vedere, due mamme lesbiche che abbiano entrambe contribuito materialmente, con i loro corpi, alla procreazione e nascita del loro figlio o figlia hanno una base “naturale” per rivendicare la loro comune, doppia, maternità ben più forte non solo dei o dei genitori di sesso diverso che ricorrono alla gestazione per altri, in quanto uno solo di loro è genitore biologico. La hanno anche più forte delle coppie di sesso diverso che ricorrono alla procreazione assistita con donatore o donatrice. Pur ricorrendo anch’esse ad un donatore, infatti, sono entrambe “madri biologiche” secondo i due diversi principi che ne regolano il riconoscimento: la gestazione e il legame genetico. Non riconoscere questo fatto in base a un principio di “naturalità“ della genitorialità eterosessuale nega quegli stessi “fatti naturali” cui ci si appella. E introduce una discriminazione nella valutazione di questi “fatti” a seconda che si tratti di uomini od onne, coppie di sesso diverso o coppie, femminili, dello stesso sesso. È abbastanza paradossale che la legge, doverosamente, imponga all’uomo che ha consentito che alla sua compagna ricorrere alla procreazione assistita con donatore di riconoscere il nato come proprio figlio, proibendone il disconoscimento sulla base dell’estraneità genetica, mentre non consenta alla madre genetica di riconoscere come proprio il figlio nato dal suo ovulo.
Non intendo, con questo ragionamento, ridurre la genitorialità a pura biologia, naturalmente. La genitorialità è un processo complesso che inizia dall’atto intenzionale di mettere al mondo un nuovo essere umano e continua con il riconoscerlo come figlio/a e nell’aiutarla/o a crescere nel miglior modo possibile. Ciò non significa tuttavia negare la importante differenza sia tra maternità lesbica e paternità gay, sul piano biologico e del coinvolgimento dei corpi, sia tra maternità lesbica condivisa nella procreazione e maternità e paternità realizzate da una coppia eterosessuale tramite ricorso a donatore o donatrice. Le differenze nei corpi maschili e femminili nella procreazione sono ancora più complesse di quella già rilevantissima, della gestazione come specifico femminile. Le possibilità offerte dalle tecniche di riproduzione assistita le hanno ulteriormente ampliate. È legittimo discutere e confrontarsi sulla liceità della gestazione per altri. Ma sarebbe doveroso riconoscere la possibilità della doppia maternità lesbica non solo sul piano sociale e affettivo, ma anche biologico, nel coinvolgimento dei corpi, eliminando la differenza nel riconoscimento del legame genetico a seconda che riguardi un uomo o una donna.