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Le garanzie per Kiev

(ansa)

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Il vertice Nato di Vilnius
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Nell’aprile del 2008, al vertice di Bucarest, la Nato promise all’Ucraina (e alla Georgia) l’ingresso nell’Alleanza. La promessa è ancora lì. Mai rimangiata, non mantenuta. Era, nelle condizioni di allora, una formula di compromesso sbagliata: semplicemente perché nessuno aveva intenzione di attuarla. Né Washington né i principali paesi europei. Una promessa sulla carta, quindi; che è stata infatti seguita dall’annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014 e da una prima guerra a bassa intensità nel Donbass.

C’è ancora chi, specie in Italia, dà alla Nato la “colpa” dell’invasione dell’Ucraina. Ma come ha detto perfino Eugeniy Prigozhin, la prospettiva fasulla di un allargamento della Nato all’Ucraina non è mai stata la motivazione vera della guerra di Putin: lo zar del Cremlino, oggi indebolito dal tentativo di ammutinamento della Wagner, nutriva da tempo i suoi disegni neo-coloniali. Per Mosca, l’Ucraina non è uno stato indipendente, come dice il diritto internazionale. È parte…

Nell’aprile del 2008, al vertice di Bucarest, la Nato promise all’Ucraina (e alla Georgia) l’ingresso nell’Alleanza. La promessa è ancora lì. Mai rimangiata, non mantenuta. Era, nelle condizioni di allora, una formula di compromesso sbagliata: semplicemente perché nessuno aveva intenzione di attuarla. Né Washington né i principali paesi europei. Una promessa sulla carta, quindi; che è stata infatti seguita dall’annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014 e da una prima guerra a bassa intensità nel Donbass.

C’è ancora chi, specie in Italia, dà alla Nato la “colpa” dell’invasione dell’Ucraina. Ma come ha detto perfino Eugeniy Prigozhin, la prospettiva fasulla di un allargamento della Nato all’Ucraina non è mai stata la motivazione vera della guerra di Putin: lo zar del Cremlino, oggi indebolito dal tentativo di ammutinamento della Wagner, nutriva da tempo i suoi disegni neo-coloniali. Per Mosca, l’Ucraina non è uno stato indipendente, come dice il diritto internazionale. È parte dell’impero perduto, che Vladimir Putin intende recuperare.

Fra il 2008 e il 2022, l’Ucraina è stata attaccata e invasa dalla Russia due volte, perdendo circa un quinto del territorio che sta cercando di recuperare a costo di indicibili sacrifici — con il pieno ma non belligerante sostegno della Nato. Con la sua aggressione, Mosca ha reso vera, invece che vuota, la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. La guerra ha infatti dimostrato che gli Stati cuscinetto, nello spazio conteso fra Russia ed Europa, non esistono più. Lo ha riconosciuto Henry Kissinger, che era sempre stato favorevole alla “finlandizzazione” dell’Ucraina. Espressione che, dopo una guerra del genere, non ha più nessun senso: non a caso, Finlandia e Svezia hanno rinunciato alla loro antica neutralità.

L’Ucraina è così diventata, dal febbraio del 2022, non uno Stato cuscinetto ma uno Stato di frontiera: il problema dei partner atlantici è di come garantirne la sicurezza fino a quando l’ingresso nella Nato non diventerà possibile. Non è più una questione di “se”; è una questione di “quando”. E quando significa dopo la fine della guerra. Una fine che non è facile collocare nel tempo. Una eventuale cessazione delle ostilità dipenderà dalle condizioni sul terreno, ed è anche possibile che la parte ucraina possa alla fine decidere di “scambiare” una partecipazione più rapida alla Nato — come unica vera garanzia di sicurezza a lungo termine — con una parziale limitazione della propria integrità territoriale.

Fino a quando durerà il conflitto, l’Ucraina non potrà essere membro della Nato — e la leadership di Kiev ne è consapevole. È evidente, infatti, che i paesi dell’Alleanza atlantica, gli Stati Uniti per primi, non intendono entrare in guerra direttamente con la Russia, come imporrebbe l’articolo 5 dell’Alleanza sulla difesa collettiva in caso di attacco a uno dei suoi membri. È una “linea rossa” che né gli Stati Uniti né gli europei intendono varcare. Tanto più quando il futuro controllo delle armi nucleari, in Russia, viene messo in discussione dalle prime crepe nella struttura di potere di Putin.

Da tutto questo consegue che il vertice di Vilnius dovrà percorrere un sentiero stretto: fra l’esigenza di consolidare il sostegno a Kiev in una contro-offensiva che non dà per ora grandi risultati e quella di mantenere aperta l’Alleanza — questa volta sul serio — a un suo ingresso dopo la cessazione delle ostilità. E fino ad allora? Vilnius dovrà servire a rafforzare le garanzie di sicurezza occidentali a Kiev, dimostrando a Putin, che spera nella war fatigue delle opinioni pubbliche democratiche, che il fattore “tempo” non lo aiuterà. Si tratta di aumentare gli aiuti militari occidentali e di dare a Kiev garanzie bilaterali paragonabili a quelle che gli Stati Uniti hanno dato a Israele, rafforzate da impegni simili dei principali paesi europei (come discusso a Bruxelles).

La Nato dovrà evitare, a Vilnius, il doppio errore di Bucarest: dividersi all’interno e fare promesse senza mantenerle all’esterno. Sostenere l’Ucraina nella sua guerra difensiva è il problema di oggi; che aiuterà Kiev a collocarsi pienamente domani nel sistema euro-occidentale.

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