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Lavoro, il salario minimo è una questione di dignità

Roma, una manifestazione per il salario minimo

 (fotogramma)

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Dagli Stati Uniti alla Germania, fino all’India, le regole sulle paghe non riguardano solo l’economia, ma il senso stesso di uno Stato democratico
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«Parlo di un salario che significhi dignità». Così disse Roosevelt, all’alba del suo mandato presidenziale, quasi un secolo fa, con gli Stati Uniti sfiancati dalla Grande Depressione. E siccome la Storia aiuta sempre a chiarirsi le idee, proviamo a riavvolgere il nastro sul salario minimo.

Si dà il caso che quello che da noi adesso è (ancora) oggetto di battaglia sia stato introdotto in America proprio da Roosevelt, dando seguito allo storico discorso in cui si anteponeva a tutto la difesa della dignità del lavoratore, prioritaria dinanzi a qualunque interesse o strategia di profitto.

Va da sé che l’uomo del New Deal fu crocifisso da legioni di furenti oppositori, secondo i quali il Minimum Wage federale avrebbe devastato l’impresa, fomentato la disoccupazione, e giù con altre assortite previsioni cataclismatiche che non si realizzarono affatto (e anzi, la misura è ritenuta una delle terapie che salvarono il Paese).

A distanza di molti anni, con la sempre maggiore necessità di un n…

«Parlo di un salario che significhi dignità». Così disse Roosevelt, all’alba del suo mandato presidenziale, quasi un secolo fa, con gli Stati Uniti sfiancati dalla Grande Depressione. E siccome la Storia aiuta sempre a chiarirsi le idee, proviamo a riavvolgere il nastro sul salario minimo.

Si dà il caso che quello che da noi adesso è (ancora) oggetto di battaglia sia stato introdotto in America proprio da Roosevelt, dando seguito allo storico discorso in cui si anteponeva a tutto la difesa della dignità del lavoratore, prioritaria dinanzi a qualunque interesse o strategia di profitto.

Va da sé che l’uomo del New Deal fu crocifisso da legioni di furenti oppositori, secondo i quali il Minimum Wage federale avrebbe devastato l’impresa, fomentato la disoccupazione, e giù con altre assortite previsioni cataclismatiche che non si realizzarono affatto (e anzi, la misura è ritenuta una delle terapie che salvarono il Paese).

A distanza di molti anni, con la sempre maggiore necessità di un nuovo umanesimo che definisca baricentri e perimetri dell’essere umano, quelle parole di Franklin Delano Roosevelt sulla dignità suonano non solo attuali, ma di ispirato nitore politico. Perché in fondo il salario minimo cos’è, se non un provvedimento sulla dignità, e quindi sulla democrazia?

In Sudafrica, molti anni dopo che Nelson Mandela ottenne a prezzo inaudito la fine dell’apartheid, la grande sfida fu proprio quella per il Minimum Wage, essenziale per eliminare le asimmetrie di un’economia interna «diseguale e umiliante»: stavolta sto citando il leader dell’African National Congress, che nel 2019 ha varcato il traguardo dei 3500 rands di retribuzione garantita per tutti. Senza confrontarci ovviamente con Pretoria, non abbiamo anche noi una situazione «diseguale e umiliante»?

Qualche giorno fa ero invitato per un’iniziativa culturale al Sud, nell’hinterland barese, e i drammatici racconti che ho ascoltato mi hanno confermato quanto profonda sia la faglia di Sant’Andrea che divide il nostro Mezzogiorno dal Nord delle maggiori tutele e opportunità, senza contare che ancora facciamo i conti con sperequazioni di ogni genere fra diverse tipologie di lavoratori.

In questo senso è evidente che dignità è sinonimo di giustizia sociale, e come tale il salario minimo applica alla lettera il dettato della Costituzione, meritando di diventare un tema basilare di lotta politica.

In Gran Bretagna, per esempio, il salario minimo fu il volano del trionfo elettorale del Labour di Tony Blair, nel 1997, nonostante il dibattito in materia vedesse posizioni contrastanti e imprenditori sulle barricate. Blair fu bravissimo a non cedere, e dopo il successo nelle urne istituì la famosa commissione (Low Pay Commission) incaricata di studiare e concertare l’introduzione della misura, da lui concepita come una pietra miliare di eguaglianza sociale.

E aveva ragione, se è vero che tredici anni dopo, da un celebre sondaggio, emerse che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica lodava il provvedimento del Labour come il massimo contributo della politica allo sviluppo recente del Regno Unito (al plauso si univano anche gli industriali prima recalcitranti).

La via della commissione è stata peraltro seguita anche in Germania, dove il salario minimo è stato un faticoso punto d’arrivo di pochi anni fa, con tutto che la riunificazione dopo il crollo del Muro aveva reso clamoroso lo squilibrio fra i salari dell’ex Ddr e quelli dell’Ovest, a cui si aggiungeva la criticità di un afflusso sempre maggiore di manodopera straniera. Si poteva accettare che un operaio di Colonia guadagnasse di più di un suo omologo di Dresda, e che un turco di seconda generazione stentasse nel Maclemburgo a equiparare la paga di uno stagista della Vestfalia?

Anche nel caso tedesco, dunque, la misura si è gradualmente profilata come l’unica via per appianare i picchi insostenibili di un mondo del lavoro letteralmente antidemocratico. E torniamo così alla dignità menzionata da Roosevelt, che fino a prova contraria dovrebbe essere il primo punto di attenzione per chi si dedichi al servizio della collettività.

Un ultimo scenario, per completezza di analisi: in India il salario minimo fu introdotto nel 1948, poco dopo l’assassinio di Gandhi che aveva patrocinato la bozza di riforma del lavoro redatta da Mohanlal Dantwala.

Era un obiettivo impensabile per il Paese delle caste, ma nel tempo si può far mutar forma anche a una grande conquista: oltre duecento milioni di lavoratori indiani hanno aderito nel 2019 a uno sciopero colossale, indetto proprio per contestare la progressiva discesa nel minimo garantito, assestato dal governo Modi su standard ridicoli, da schiavitù legalizzata (4628 rupie al mese sono circa 60 euro).

Non sorprende, se si considerano le posizioni dei nazionalisti indiani sul tema dei diritti civili, ripetutamente sotto attacco, in un crescendo che va di pari passo con politiche del lavoro che sembrano inni al precariato brado.

È lo stesso scenario che colpì il Brasile di Bolsonaro, e si ricorda un membro dei quilombo (le comunità dei discendenti degli schiavi) che intervistato sulle riforme della destra sul lavoro corresse il giornalista dicendo che le regole sul salario, sulle morti bianche o sui licenziamenti non riguardavano affatto solo l’economia, ma il senso stesso di uno Stato democratico. Avrebbe detto Roosevelt che la democrazia è un sinonimo di dignità.

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