Quando lo Stato mente e la sua menzogna viene rivelata, si realizza una rovinosa crisi politica. Può sembrare una lettura ingenua, se non puerile, delle dinamiche del potere, ma è, all’opposto, uno degli essenziali fondamenti della scienza della politica. Perché il rapporto tra lo Stato e l’individuo si affida a due presupposti: che lo Stato non inganni i cittadini e che ne tuteli l’incolumità.
Anche all’origine dei recenti “moti francesi” c’è una Bugia di Stato: una versione incredibilmente falsa delle cause dell’omicidio del diciassettenne Nahel. Si pensi che, quasi cinquantacinque anni fa, la mancata verità sulla strage di Piazza Fontana e sulla morte di Giuseppe Pinelli produsse, nel rapporto tra lo Stato e una parte significativa delle successive generazioni, una frattura tale da non essere tuttora pienamente rimarginata.
Un evento tragico che tende a ripetersi ciclicamente nella storia delle società, anche di quelle di più avanzata democrazia; e che determina in larghe componen…
Quando lo Stato mente e la sua menzogna viene rivelata, si realizza una rovinosa crisi politica. Può sembrare una lettura ingenua, se non puerile, delle dinamiche del potere, ma è, all’opposto, uno degli essenziali fondamenti della scienza della politica. Perché il rapporto tra lo Stato e l’individuo si affida a due presupposti: che lo Stato non inganni i cittadini e che ne tuteli l’incolumità.
Anche all’origine dei recenti “moti francesi” c’è una Bugia di Stato: una versione incredibilmente falsa delle cause dell’omicidio del diciassettenne Nahel. Si pensi che, quasi cinquantacinque anni fa, la mancata verità sulla strage di Piazza Fontana e sulla morte di Giuseppe Pinelli produsse, nel rapporto tra lo Stato e una parte significativa delle successive generazioni, una frattura tale da non essere tuttora pienamente rimarginata.
Un evento tragico che tende a ripetersi ciclicamente nella storia delle società, anche di quelle di più avanzata democrazia; e che determina in larghe componenti giovanili una sorta di “perdita dell’innocenza”. Ovvero la scoperta che nella sfera pubblica agisce il Male e che la vita umana non è un bene intangibile. La fiducia nella democrazia può venirne compromessa per sempre.
È un rischio terribile. Come ha affermato il ministro dell’Interno Gérald Moussa Darmanin, i protagonisti di queste notti di scontri hanno una età media «intorno ai 17 anni». È una fase cruciale dell’età dello sviluppo, quando si realizza il passaggio dal “gruppo dei pari”, dalla comunità adolescenziale e dai suoi miti e riti, alla cittadinanza. Ovvero, alla collettività sociale e politica. Se in quel tempo l’adolescente non trova ragioni sufficienti per riconoscersi nella comunità civile, nelle sue regole e nelle sue compatibilità, rischia di rimanere un estraneo, uno sradicato, un drop-out.
È in quegli anni che si forma — faticosamente, talvolta riottosamente — un rapporto di reciprocità tra il giovane cittadino e il sistema delle istituzioni. Un rapporto certamente precario, instabile, revocabile. Ma che allude comunque alla presenza di un legame sociale, di un tessuto di diritti/doveri, di una qualche forma di assunzione di responsabilità. Se lo Stato si propone con il linguaggio dell’inganno è facile che il giovane reagisca con una postura anti-sistema; e che una relazione di lealtà, anche minimale, tardi ad affermarsi. Tanto più se all’origine della menzogna si trova la morte di un giovane uomo.
È questo che risulta intollerabile. Il cittadino, sia quello che osserva scrupolosamente la legge, sia il trasgressivo, il deviante, il reo, sa di avere con lo Stato un rapporto di scambio: io ubbidisco, più o meno alle tue norme e tu, Stato, proteggi la mia vita. Se non lo fai — se uccidi Nahel o George Floyd o Federico Aldrovandi — io non ti debbo più ubbidienza e lealtà. È questo ciò che sta accadendo in Francia ed è per questo che molti analisti attendibili attribuiscono alla componente etnico-religiosa della rivolta un peso relativo.
Solo gli assatanati xenofobi italiani scrivono che «è tutta colpa dell’Islam» e che qualcosa del genere sta per abbattersi sull’Italia. La difficile integrazione delle persone di seconda e terza generazione nel sistema pubblico francese e, dunque, le tradizionali cause di emarginazione di milioni di giovani contano, eccome: qui tuttavia si vuole dire che ciò che sta avvenendo riguarda la generalità della società francese e, in modo peculiare, gli adolescenti.
Quando, poi, la diseguaglianza di classe si somma alla discriminazione etnica, la miscela diventa fatalmente esplosiva. Ma considerare quella in corso come una grande questione nazionale, che mette in discussione le basi del patto sociale e del sistema di cittadinanza dell’intera Francia, è determinante perché, in caso contrario, non si comprenderebbe il legame assai robusto tra quanto sta accadendo in questi giorni e in queste notti e quanto è accaduto appena qualche mese fa, in occasione della mobilitazione contro la nuova legge sull’età pensionabile.
Come si potrà venir fuori da questa drammatica situazione? È giusto chiedere ai giovani di rinunciare al ricorso alla violenza: ma il presidente Emmanuel Macron, il Governo e gli apparati dello Stato hanno la credibilità e l’autorevolezza etico-giuridica per ripristinare un patto sociale con le giovani generazioni, tutte, e con quelle delle banlieue della miseria e della disperazione, in particolare?
Nel corso del 2022, nelle città francesi, 13 persone sono state uccise durante controlli stradali di polizia; ed è ipotizzabile una stretta correlazione tra uso delle armi per mano degli agenti, nel contesto di resistenza al fermo, e una legge del 2017 che ha ampliato il campo di applicazione della legittima difesa da parte di uomini dello Stato.
Un Governo saggio e lungimirante dovrebbe avere la forza morale per proporre un nuovo patto ai contestatori e su questo ricostituire il senso di una comunità solidale. Se non è già troppo tardi. La rinuncia alla violenza di strada potrebbe essere la posta in gioco di uno scambio che veda il sistema legislativo francese rinunciare, abrogandola, a quella norma del 2017 che tanti lutti ha determinato, senza che ciò portasse — e come poteva accadere? — a un nuovo ordine: nelle strade e nell’organizzazione sociale. Il presidente Macron saprà essere all’altezza di un simile compito?