Quello che Macron non fa
di Anais GinoriE ora che fare? Dopo la quinta notte di scontri, il governo francese continua a schierare 45mila agenti, mobilita blindati della gendarmeria e nuclei delle forze speciali, fa volare droni ed elicotteri che dal cielo puntano fari sulle periferie come in un film americano. La risposta alla rivolta provocata dall’omicidio del diciassettenne Nahel ha già raggiunto il massimo livello di mobilitazione delle forze dell’ordine e del dispositivo giudiziario. Inasprimento delle pene e delle procedure per i giovanissimi casseurs e per i loro genitori quando “non li tengono a casa”, ha detto Emmanuel Macron. Nelle prossime ore si vedrà se tutto questo permetterà al governo di riprendere il controllo di interi quartieri e città. Ma non può bastare. Perché riportare l’ordine, non significa riportare la pace. Serve altro. Tutto quello che in questi anni è mancato.
Se il capo dello Stato vuole davvero rispondere all’esplosione di una rabbia nichilista, dovrà finalmente riconoscere anche l’esiste…
E ora che fare? Dopo la quinta notte di scontri, il governo francese continua a schierare 45mila agenti, mobilita blindati della gendarmeria e nuclei delle forze speciali, fa volare droni ed elicotteri che dal cielo puntano fari sulle periferie come in un film americano. La risposta alla rivolta provocata dall’omicidio del diciassettenne Nahel ha già raggiunto il massimo livello di mobilitazione delle forze dell’ordine e del dispositivo giudiziario. Inasprimento delle pene e delle procedure per i giovanissimi casseurs e per i loro genitori quando “non li tengono a casa”, ha detto Emmanuel Macron. Nelle prossime ore si vedrà se tutto questo permetterà al governo di riprendere il controllo di interi quartieri e città. Ma non può bastare. Perché riportare l’ordine, non significa riportare la pace. Serve altro. Tutto quello che in questi anni è mancato.
Se il capo dello Stato vuole davvero rispondere all’esplosione di una rabbia nichilista, dovrà finalmente riconoscere anche l’esistenza di una segregazione sociale, economica ed etnica che dura da troppo tempo. È una situazione che si è formata su almeno due o tre generazioni di francesi non “assimilati” nell’accesso ai valori di libertà, eguaglianza e fraternità, come promette il modello della République. Il razzismo in Francia non è un’opinione, ma una realtà fatta di discriminazioni nella frequenza dei controlli di polizia, nella mancanza di mezzi dati all’istruzione pubblica di scuole-ghetto, nell’assenza di opportunità di lavoro quando si porta un nome con assonanza mediorientale.
Riconoscere le cause della nuova rivolta delle periferie francesi non significa cercare alibi per chi attacca, minaccia, insulti chiunque è incaricato di far rispettare la legge o di rappresentare lo Stato. Se è vero che i giovani di banlieue temono la polizia tanto quanto la odiano, non è una giustificazione per distruggere luoghi la cui funzione è proprio quella di aiutare questi quartieri svantaggiati: comuni, scuole, biblioteche, centri culturali. Non autorizza a dare sfogo a un antisemitismo primario, con l’attacco al memoriale della Shoah com’è successo negli ultimi giorni, in un Paese che è già in allerta per diversi attentati islamici che negli ultimi anni hanno colpito la comunità ebraica.
Macron è tentato di rispondere incorporando, anche se con sfumature diverse, le soluzioni dell’ultradestra, allineandosi così con quello che chiedono anche i sindacati più “integralisti” della polizia. Con il rischio di far solo crescere la popolarità di Marine Le Pen e degli esponenti del suo partito. L’ordine, quel diritto inalienabile per tutti, è anche la libertà offerta a ciascuno di vivere in pace fra concittadini, indipendentemente dalla ricchezza, dal colore della pelle, dalla religione o dal luogo di residenza. Troppo spesso il dibattito, anche a sinistra, rimane generico. Ci si divide a priori, discutendo se le diseguaglianze razziali sono più importanti di quelle sociali o viceversa. In questo modo, non si avanza di un passo. Anziché fare una gerarchia delle priorità, è necessario piuttosto lottare contro tutte le discriminazioni in modo forte e proattivo. Anche se esiste un “ministero della Città”, oggi guidato dall’ex sindaco di Clichy, banlieue dove scoppiò la rivolta del 2005, lo Stato investe sulle periferie quattro volte meno fondi pubblici che altrove, in rapporto al numero di abitanti.
All’inizio del suo primo mandato, Macron aveva avuto un’ottima idea: affidare all’ex ministro centrista Jean-Louis Borloo la stesura di un “plan banlieue”. Nel maggio 2018, Borloo aveva presentato al capo dello Stato un rapporto con 19 proposte, misure concrete apprezzate da molte associazioni che lavorano ogni giorno nelle periferie. Eppure il giovane presidente aveva respinto le proposte in modo particolarmente umiliante per gli autori: le soluzioni, aveva detto Macron, non possono essere calate dall’alto da qualche “maschio bianco”. “La quarta generazione non crede più alla retorica politica” aveva aggiunto. “Dobbiamo lavorare insieme per inventare un nuovo metodo e un nuovo ritmo”. A distanza di cinque anni, non è stato trovato né il metodo né il ritmo. È una responsabilità a cui Macron non può più sottrarsi.