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Salvini, l’ossessione chiamata Meloni

Matteo Salvini

 (ansa)

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Il punto di martedì 4 luglio 2023
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Ridimensionato da FdI nelle elezioni del 25 settembre, Salvini aveva due scelte: non entrare nel governo e così rendere la pariglia a Giorgia Meloni che era rimasta alla finestra durante la stagione di Draghi; oppure accettare una responsabilità ministeriale e svolgerla con serietà e lealtà nei confronti della presidente del Consiglio. In fondo costruire il famoso ponte sullo Stretto non è cosa di poco conto, ce n’è abbastanza per appagare l’ambizione e anche il “business”. Salvini ha scelto una terza via. Non proprio un altro Papeete, visto il bilancio poco esaltante della prima esperienza, piuttosto un gioco subdolo e ambiguo, volto a minare da destra la credibilità della sua rivale, colei che gli ha sottratto la “leadership” del centrodestra grazie a una maggiore qualità politica (dettaglio quest’ultimo che sfugge al capo leghista).

Ridimensionato da FdI nelle elezioni del 25 settembre, Salvini aveva due scelte: non entrare nel governo e così rendere la pariglia a Giorgia Meloni che era rimasta alla finestra durante la stagione di Draghi; oppure accettare una responsabilità ministeriale e svolgerla con serietà e lealtà nei confronti della presidente del Consiglio. In fondo costruire il famoso ponte sullo Stretto non è cosa di poco conto, ce n’è abbastanza per appagare l’ambizione e anche il “business”. Salvini ha scelto una terza via. Non proprio un altro Papeete, visto il bilancio poco esaltante della prima esperienza, piuttosto un gioco subdolo e ambiguo, volto a minare da destra la credibilità della sua rivale, colei che gli ha sottratto la “leadership” del centrodestra grazie a una maggiore qualità politica (dettaglio quest’ultimo che sfugge al capo leghista).

Nasce così l’idea di un’alleanza dei veri nazionalisti, chiamiamoli così. A cominciare da Marine Le Pen, con cui Salvini vanta una vecchia amicizia, ma lasciando la porta socchiusa anche ai tedeschi di Alternative, in sostanza dei neo-nazisti, al di là di qualche recente ritocco. Vale la pena ricordare un punto cruciale che a qualcuno potrebbe sfuggire: sia Le Pen sia il gruppo tedesco rappresentano la punta di lancia del filo-putinismo in Europa. La loro scarsa simpatia verso le regole della liberaldemocrazia li spinge in modo spontaneo ad appoggiare l’autocrate di Mosca, anche a prescindere dai flussi di denaro che sono molto probabili e almeno in un caso dimostrati. Si può anzi dire che questa sintonia non aveva bisogno della guerra in Ucraina per manifestarsi come il tratto caratteristico di chi odia l’occidente ieri come oggi.

È ovvio che l’operazione salviniana è contro Giorgia Meloni. Il “modello italiano” che il leghista dice di voler esportare non esiste, se la sua premessa è una zuppa in cui si mescolano le correnti più estremiste del continente. Tuttavia c’è logica se invece l’obiettivo è mettere un bastone tra le gambe della premier, la cui strategia, sostenuta da quel che resta di Forza Italia, è volta a costruire tra luci e ombre un fronte conservatore in grado di collaborare al Parlamento di Strasburgo con i Popolari e magari con i liberali. Ma non ci sarebbe offesa maggiore per i tedeschi del Ppe che renderli edotti di come il “modello italiano” prevede di accreditare l’inquietante fazione di Alternative. E mentre il realismo spinge la Meloni a ricucire i rapporti anche con Macron, ecco Salvini che le para davanti Marine Le Pen, personaggio con il quale lei non più relazioni da anni.

In poche parole, la manovra della Lega è l’esatto opposto della strada imboccata dalla leader di Fratelli d’Italia, per la quale la tragedia ucraina rappresenta una discriminante. C’era infatti un tempo in cui il “putinismo” era ben rappresentato anche nella destra post-Msi; oggi però quel mondo è stato convertito senza equivoci alla causa atlantica, di cui la Meloni è una paladina. Il tentativo di Salvini, a sua volta ammiratore di Putin, consiste nel far rientrare dalla finestra la doppiezza in politica estera espulsa dalla porta. E tutto all’interno di un piccolo cabotaggio di potere che mira a strappare qualche seggio al partner/rivale in vista del voto europeo del prossimo anno. In tutto ciò è la francese Le Pen a mostrare più intelligenza politica, o forse solo più buonsenso, rispetto al suo irruente amico italiano. Con la Francia in fiamme, non è il momento giusto per tessere operazioni così modeste e strumentali. Per cui lo storico colloquio è stato declassato a videochiamata. Dovrebbe insegnare qualcosa a Salvini.

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