La proposta della Commissione europea di iscrivere 15 miliardi di euro per migrazioni e gestione delle frontiere esterne nell’ambito della revisione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027 va salutata positivamente. Per la Presidente del Consiglio Meloni rappresenta la prova del cambio di passo ottenuto a Bruxelles grazie anche all’azione del governo italiano. Rimane ora da vedere come procederà il negoziato tra le diverse autorità di bilancio e se tale impegno sarà confermato alla scadenza dell’accordo inter-istituzionale fissato per il 13 novembre.
Allo stesso tempo Meloni non manca occasione di rilevare come il dialogo con la Tunisia, che l’ha vista particolarmente impegnata, sia stato definito “un modello” nelle conclusioni del Consiglio europeo di venerdì. Di cosa si tratta esattamente? Lo scorso 11 giugno si è svolta la missione Meloni-Von der Leyen-Rutte a Tunisi a conclusione della quale è stato annunciato un accordo basato su 5 punti — sviluppo economico, investimenti e…
La proposta della Commissione europea di iscrivere 15 miliardi di euro per migrazioni e gestione delle frontiere esterne nell’ambito della revisione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027 va salutata positivamente. Per la Presidente del Consiglio Meloni rappresenta la prova del cambio di passo ottenuto a Bruxelles grazie anche all’azione del governo italiano. Rimane ora da vedere come procederà il negoziato tra le diverse autorità di bilancio e se tale impegno sarà confermato alla scadenza dell’accordo inter-istituzionale fissato per il 13 novembre.
Allo stesso tempo Meloni non manca occasione di rilevare come il dialogo con la Tunisia, che l’ha vista particolarmente impegnata, sia stato definito “un modello” nelle conclusioni del Consiglio europeo di venerdì. Di cosa si tratta esattamente? Lo scorso 11 giugno si è svolta la missione Meloni-Von der Leyen-Rutte a Tunisi a conclusione della quale è stato annunciato un accordo basato su 5 punti — sviluppo economico, investimenti e commercio, transizione verde, migrazione e iniziative people-to-people — da formalizzare in tempo per il Consiglio europeo della settimana scorsa, incluso l’impegno finanziario iniziale di circa 255 milioni di euro in attesa di conoscere le sorti del prestito Fmi di 1,9 miliardi di dollari. Come ciliegina sulla torta, Meloni ha proposto una conferenza internazionale sull’Africa da tenersi a Roma. Mentre quest’ultima è rapidamente finita in un limbo, dal Consiglio europeo effettivamente cosa è uscito? Nelle sue conclusioni, tenuto conto che l’accordo non è ancora alle viste, ci si limita “ad accogliere con favore i lavori svolti su un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia” e a ribadire “l’importanza di sviluppare partenariati strategici analoghi tra l’Ue e i partner della regione”. Il passo per dichiarare al mondo che il Consiglio europeo ha inneggiato al “modello Tunisia” è stato breve. Una forzatura come minimo considerando che l’accordo non solo non è chiuso ma già si sa che di stato di diritto e di democrazia non si parla. Evocare un “modello Tunisia” ancor prima che dispieghi i suoi effetti appare quantomeno azzardato. Visto dall’esterno difficile non farsi l’idea che, pur di tenerla a bordo, i colleghi hanno voluto ricompensare Meloni dopo il nulla di fatto con quelle due volpi di Morawiecki e Orbán, un trappolone ordito da Charles Michel cui non pareva vero di chiudere in una stanza tre sovranisti a discutere di migrazione.
Perché è chiaro che le divisioni ci sono soprattutto sulla dimensione interna. Meloni lo riconosce ma allo stesso tempo afferma di non essere mai delusa da chi difende i propri interessi nazionali e che le barricate alzate da polacchi e ungheresi riguardano solo le ipotesi di redistribuzione contenute nel Patto su migrazione e asilo. Difficile fare la mediatrice se si è così comprensivi con le parti. In ogni modo, dice pragmaticamente, non perdiamo tempo dove ci sono divisioni e lavoriamo su dove c’è consenso, vale a dire sul giro di vite alle frontiere esterne. Una scelta precisa e una mossa che ha una sua logica ma il rischio è che diventi un diversivo per farci dimenticare che abbiamo una sfida interna altrettanto impellente, quella dell’integrazione. È qui da noi che va impresso il vero cambio di passo, non solo ai confini dell’Europa. Difficile se non si vuole comprendere fino in fondo la realtà di un fenomeno che ha messo in movimento intere popolazioni. Certamente in questo non siamo soli in Europa, dove una parte consistente di paesi ex coloniali sembra oggettivamente impreparata a leggere le dinamiche di lungo periodo che anche il colonialismo europeo ha contribuito ad avviare. È una lacuna da colmare nell’ambito della memoria europea se vogliamo non assimilare né ghettizzare ma integrare, riconoscendo la ricchezza della diversità come strada maestra per combattere le diseguaglianze.