✕

Francia, le radici che resistono

Ascolta l'audio

Il modello dell’assimilazione completa ha mostrato i suoi limiti nelle violenze. Manca una ricetta per il futuro che non può non prevedere il dialogo
3 minuti di lettura

“Dobbiamo bruciare tutto a casa loro”, ha ammesso un diciassettenne di Nanterre discutendo con un giornalista di ciò che accade in questi giorni in Francia. Uno dei tanti giovani delle periferie, dei cosiddetti territori perduti della Repubblica che, in realtà, sono dei veri e propri ghetti. Uno di quei ragazzi che non incontrerò mai in università, anche se ne ho molti, di studenti, che vengono dalle banlieue! Ma chi si iscrive all’università ci crede ancora che lo studio sia importante e da quel mondo prova a uscirne. E quando, alcuni mesi fa, è sceso in piazza contro le riforme di Macron, lo ha fatto senza sfondare le vetrine dei negozi e saccheggiarli, senza dar fuoco a cassonetti, tram e autobus, e senza prendere d’assalto caserme e Comuni o distruggere scuole e palestre.

“Dobbiamo bruciare tutto a casa loro”, ha ammesso un diciassettenne di Nanterre discutendo con un giornalista di ciò che accade in questi giorni in Francia. Uno dei tanti giovani delle periferie, dei cosiddetti territori perduti della Repubblica che, in realtà, sono dei veri e propri ghetti. Uno di quei ragazzi che non incontrerò mai in università, anche se ne ho molti, di studenti, che vengono dalle banlieue! Ma chi si iscrive all’università ci crede ancora che lo studio sia importante e da quel mondo prova a uscirne. E quando, alcuni mesi fa, è sceso in piazza contro le riforme di Macron, lo ha fatto senza sfondare le vetrine dei negozi e saccheggiarli, senza dar fuoco a cassonetti, tram e autobus, e senza prendere d’assalto caserme e Comuni o distruggere scuole e palestre.

C’è chi, talvolta, ruba qualcosa nei supermercati – me l’ha confessato un giorno una mia studentessa, una delle più brave, tra l’altro, che viene dalla provincia e non ce la fa proprio ad arrivare alla fine del mese nonostante lavori in ristorante. C’è disagio e c’è rabbia, in Francia. C’è tanta roba che i giovani rinfacciano a Macron. Ma non è questo che sta succedendo adesso, non sono questi i motivi che spingono a “bruciare tutto a casa loro” – non è anche loro la casa che sta andando a fuoco? Non sono loro gli asili e le biblioteche devastate?

“I francesi non ci amano”, dicono alcuni ragazzi, nonostante siano pure loro francesi, terze e quarte generazioni di nonni e bisnonni arrivati dal Maghreb, e che nella Repubblica ci hanno creduto. Anche se la Repubblica, per anni, ha imposto loro l’assimilazione: poco importa chi siete e da dove venite, la madre lingua e le radici, gli usi e i costumi e le tradizioni e le credenze, qui non funziona così, qui c’è la laicità e altri valori, qui si parla solo francese e senza accento, fate uno sforzo e dimenticate il resto. Peccato che, spacciando l’assimilazione come l’unica forma possibile di integrazione, la Francia abbia fatto cilecca: ci sono cose che non si possono cancellare, restano dentro, e che prima o poi tornano, bombe identitarie a effetto ritardato. Lo spiegano bene alcuni educatori di strada che, nelle periferie, ci lavorano, e sanno che sono troppi i ragazzi che hanno ereditato non-detti e segreti sui quali non riescono a costruirsi; giovani che oggi, vedendo che i propri nonni e i propri genitori non sono riusciti a farsi strada, rifiutano di diventare come loro. Cosa sarebbe successo se la Repubblica gli avesse fatto capire che erano i benvenuti? Che non si trattava di dimenticare le proprie origini, ma solo di integrarsi, trasformando le proprie specificità in ricchezza da aggiungere al patrimonio nazionale? Non conosco la risposta a queste domande.

Non ho certezze, come credo chiunque non si trinceri dietro l’ideologia dell’estrema destra o dell’estrema sinistra, visto che – e mi duole il cuore dirlo, ma è così – anche la sinistra sta andando alla deriva, e non condannare gli assalti, i saccheggi, gli incendi e le violenze di questi giorni è inammissibile almeno tanto quanto le risposte della destra reazionaria che ancora si culla nell’illusione che l’unica arma in possesso dello Stato sia l’autoritarismo.

Mio marito, che come me insegna in università ma è francese, dice che sbaglio; dice che finché la Repubblica non ha ceduto sull’assimilazione non ci sono stati problemi; dice che le questioni identitarie si sono scatenante a partire dal momento in cui ci si è incaponiti a fare il mea culpa sull’imposizione della laicità e delle regole del vivere insieme. E quando provo a ribattere che il modello di integrazione multiculturale anglosassone, secondo me, ha funzionato meglio, mi risponde che ho torto, che ovunque, ormai, le rivendicazioni identitarie creano disordine e legittimano la violenza: pensa agli Stati Uniti, dice. Poi, però, quando sente qualcuno ricordare che un tempo, a scuola, si insegnava pure ai figli e alle figlie degli africani che “i nostri antenati sono i Galli”, è il primo ad ammettere che non aveva senso, e a riconoscere che non è sulle menzogne che si costruisce il futuro di una nazione. E allora, in fondo, la soluzione a ciò che sta accadendo non ce l’ha nemmeno lui. A conti fatti, non ce l’ha nessuno questa benedetta soluzione: va cercata, studiata, approfondita.

A destra come a sinistra, c’è bisogno di umiltà. Dobbiamo capire come affrontare la convivenza, come evitare che la povertà e i disagi sociali diventino poi anche pretesti per rivendicazioni identitarie. Dobbiamo fare lo sforzo di rimboccarci le maniche e inventare un nuovo modello di integrazione costruttiva, di dialogo, in fondo, perché è quello che manca atrocemente oggi: nessuno ascolta più nessuno, sono solo monologhi, ma così non si va da nessuna parte e, all’orizzonte, c’è solo disordine e sofferenza.

Leggi i commenti