Salvini e Meloni ormai due Europe
di Stefano FolliQualcuno si domanda la ragione per cui Salvini ha deciso di cominciare la campagna per le elezioni europee con quasi un anno di anticipo, oltretutto ponendosi di traverso rispetto a Giorgia Meloni. Altri vedono nel nervosismo del capo leghista il segno che qualcosa scricchiola nella coalizione della destra. Altri ancora giudicano il caso Santanchè, arrivato in Parlamento, come la conferma che nella maggioranza si è aperta una crepa. Quest’ultimo punto corrisponde al vero.
Più che una crepa, si tratta di una ferita che rischia di non chiudersi: continuerà a sanguinare in parallelo con la vicenda giudiziaria, e a rappresentare un motivo di imbarazzo - negato ma reale - per la presidente del Consiglio.
Viceversa l’iniziativa di Salvini non è indizio che il governo è in sofferenz…
Qualcuno si domanda la ragione per cui Salvini ha deciso di cominciare la campagna per le elezioni europee con quasi un anno di anticipo, oltretutto ponendosi di traverso rispetto a Giorgia Meloni. Altri vedono nel nervosismo del capo leghista il segno che qualcosa scricchiola nella coalizione della destra. Altri ancora giudicano il caso Santanchè, arrivato in Parlamento, come la conferma che nella maggioranza si è aperta una crepa. Quest’ultimo punto corrisponde al vero.
Più che una crepa, si tratta di una ferita che rischia di non chiudersi: continuerà a sanguinare in parallelo con la vicenda giudiziaria, e a rappresentare un motivo di imbarazzo - negato ma reale - per la presidente del Consiglio.
Viceversa l’iniziativa di Salvini non è indizio che il governo è in sofferenza, bensì il suo contrario. Proprio la stabilità della coalizione da qui al prossimo anno spinge il leader del Carroccio a smuovere le acque, tentando di mettersi in vetrina. Non ha tutti i torti: in questo momento la premier occupa la scena interna e anche internazionale. A sinistra sottolineano i suoi insuccessi in tema di controllo dell’immigrazione; al contrario Salvini si rende conto che la Meloni sta parlando a tutto l’elettorato del centrodestra, grazie anche all’appoggio di Tajani per Forza Italia.
A questo mondo lei non offre in verità risultati esaltanti, tuttavia indica la prospettiva di una rotta tracciata con decisione. Una promessa che al momento sembra sufficiente, specie in tema di sicurezza e di controllo della “frontiera esterna” dell’Europa. È questo che il partner leghista non può sopportare: essere sconfitto sul piano dell’immagine e confinato al ruolo di secondo. Sa di non poter contestare la sua partner sul terreno del governo, in fondo nemmeno sul Mes, il fondo salva-Stati che alla fine sarà approvato. E allora prova a guardare lontano e a sfidarla in vista del futuro risiko europeo, dopo il voto del 2024.
Salvini ha compreso che Giorgia Meloni ha abbandonato da tempo la linea ostile all’Unione, quell’euro-scetticismo che in passato ha portato molti consensi alla destra, ma che oggi assomiglia a una moneta fuori corso, almeno dalle parti di Palazzo Chigi. Di conseguenza egli prova a riesumare e far sua la linea precedente: un fronte comune di tutti i populismi e massimalismi di destra, ossia i contestatori integrali dell’Europa di Bruxelles, in nome della vecchia retorica che la Meloni ha abbandonato. Così facendo, il capo leghista finge di non sapere che la guerra in Ucraina ha cambiato l’intero scenario. L’antico blocco euro-scettico, e un tempo anche “no euro”, oggi raccoglie tutte le pulsioni anti-atlantiche e anti-occidentali, per cui di fatto costituisce la “quinta colonna” di Putin nell’Unione.
Ora è chiaro a tutti che il governo italiano si muove in un’altra direzione, cioè la seguente. Primo, rafforzare, sì, il gruppo dei Conservatori di cui la premier è la leader (vedi la visita in Polonia, Paese filo-Kiev a differenza dell’Ungheria). Secondo, proporre in campagna elettorale una maggioranza alternativa ai socialisti nel Parlamento europeo, ma senza nascondersi che l’operazione è complicata, probabilmente irrealistica. Terzo, tenere nella manica una carta di riserva: entrare nella futura maggioranza per bilanciare la presenza eventuale dei socialisti e consolidare a destra il rapporto con i Popolari. È inevitabile che questo percorso finisca per ridimensionare ancora Salvini, il quale fa il suo gioco attaccando fin d’ora la premier (“mai con i socialisti”). Ma è difficile credere che tutta la Lega, specie i pragmatici governatori del Nord, siano contenti di farsi trascinare in una nuova guerra ideologica.