La difesa dell’onore perduto
di Stefano CappelliniC’è una parola chiave che la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha più volte usato in Senato: onore. “Sono qui per difendere il mio onore”, ha detto nel suo discorso in aula. E ancora: “Affermo sul mio onore che non sono stata raggiunta da alcun avviso di garanzia e che anzi, per escluderlo, ho chiesto ai miei avvocati di verificare che non ci fossero dubbi”. Ecco, al termine di un intervento in cui Santanchè ha evocato una fantomatica campagna d’odio nei suoi confronti e non ha saputo né potuto smentire gli addebiti documentali nella cattiva gestione delle sue aziende, è proprio l’onore ciò che più ha fatto difetto alle sue parole. Di onorevole, nel tentativo di difendersi senza spiegare alcunché, c’è stato nulla: se prima del suo passaggio a Palazzo Madama a essere sotto accusa era soprattutto l’imprenditrice Santanchè, dopo questa scena in Parlamento a essere macchiata è anche la carica che riveste e che la ministra ha giurato sulla Costituzione di ricoprire con onore, app…
C’è una parola chiave che la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha più volte usato in Senato: onore. “Sono qui per difendere il mio onore”, ha detto nel suo discorso in aula. E ancora: “Affermo sul mio onore che non sono stata raggiunta da alcun avviso di garanzia e che anzi, per escluderlo, ho chiesto ai miei avvocati di verificare che non ci fossero dubbi”. Ecco, al termine di un intervento in cui Santanchè ha evocato una fantomatica campagna d’odio nei suoi confronti e non ha saputo né potuto smentire gli addebiti documentali nella cattiva gestione delle sue aziende, è proprio l’onore ciò che più ha fatto difetto alle sue parole. Di onorevole, nel tentativo di difendersi senza spiegare alcunché, c’è stato nulla: se prima del suo passaggio a Palazzo Madama a essere sotto accusa era soprattutto l’imprenditrice Santanchè, dopo questa scena in Parlamento a essere macchiata è anche la carica che riveste e che la ministra ha giurato sulla Costituzione di ricoprire con onore, appunto, e disciplina.
Per essere chiari: non si sta parlando qui delle ipotesi di reato per le quali Santanchè è indagata a Milano. Su quelle sarà eventualmente un processo a esprimersi. Difficile, invece, non esprimersi sul modo in cui Santanchè ha affrontato la questione giudiziaria: prima ha spiegato di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, quindi ha puntato il dito su un quotidiano che ieri ha dato la notizia, fondata, dell’inchiesta a suo carico. La conferma ufficiale da parte della Procura di Milano dell’indagine per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio è solo l’ultimo, e non il più rilevante, dei motivi per cui la ministra farebbe bene a farsi da parte, se solo ci fosse una coerenza tra la magniloquenza del lessico e il suo agire.
La linea di difesa di Santanchè sul merito dei fatti, riassumibile in un “non c’ero, e se c’ero dormivo”, è smentita da fatti e testimonianze alle quali non è possibile sfuggire opponendo la retorica della nazione e del tricolore. Quello è un bagaglio dialettico che può andare bene in campagna elettorale, o in un duello televisivo, ma non è un modo onesto per sottrarsi alle accuse puntuali emerse dalla ricostruzione delle vicende imprenditoriali della ministra. Non si può andare in aula per lanciare generiche controaccuse e grotteschi pizzini, come quello con il quale Santanchè ha accusato politici dell’opposizione di averle chiesto posti al Twiga, lo stabilimento di Forte dei Marmi del quale la ministra del Turismo ha ceduto in famiglia le quote per provare a silenziare le accuse di evidente conflitto di interessi (un consiglio a Santanchè: li faccia pure quei nomi che in aula ha detto di non voler rivelare per atto di carità, ma sappia che il diversivo non cambierà comunque il quadro della sua situazione).
Casomai, è proprio la nazione – anche maiuscolo, se Santanchè preferisce – ad aver bisogno di ministri della Repubblica che possano svolgere il ruolo senza essere gravati da comportamenti e precedenti incompatibili con lo svolgimento della missione. Non è una questione di lotta politica e tanto meno di giustizialismo. Le mancate dimissioni di Santanchè non sono un problema del governo Meloni, che pure farebbe bene a pretenderle, bensì della collettività, perché abbassano l’asticella della decenza: se un ministro può restare in sella davanti a contestazioni oggettive – e, lo ribadiamo, al netto del rilievo penale - altri saranno pronti a seguire il cattivo esempio. A uscirne indebolite e screditate sono le istituzioni, un bene di tutti.