Perché devono dimettersi
di Carlo BoniniDaniela Santanchè, ministra del Turismo
(ansa)Prigioniera di un’idea primitiva della politica come puro rapporto di forza e vittima di una tabe che non le consente di uscire dalla logica del clan, Giorgia Meloni porta irresponsabilmente alle estreme conseguenze gli esiti di una catastrofe di governo chiamata giustizia e della macroscopica questione morale che ne è il cuore e che si è aperta in Fratelli d’Italia. Le vicende della ministra Daniela Santanché e del sottosegretario Andrea Delmastro — la prima indagata a Milano per concorso in bancarotta fraudolenta e falso in bilancio insieme alla sorella e al compagno, il secondo imputato in via coatta per rivelazione di segreto di ufficio — mostrano infatti con evidenza solare l’abborracciata operazione di contrabbando con cui, in questi nove mesi, una destra campione del sostanzialismo penale, forcaiola nell’animo, si sia convertita a quello che, su questo giornale, Isaia Sales ha egregiamente definito ieri il garantismo amorale. Un ogm giuridico di derivazione berlusconiana, neces…
Prigioniera di un’idea primitiva della politica come puro rapporto di forza e vittima di una tabe che non le consente di uscire dalla logica del clan, Giorgia Meloni porta irresponsabilmente alle estreme conseguenze gli esiti di una catastrofe di governo chiamata giustizia e della macroscopica questione morale che ne è il cuore e che si è aperta in Fratelli d’Italia. Le vicende della ministra Daniela Santanché e del sottosegretario Andrea Delmastro — la prima indagata a Milano per concorso in bancarotta fraudolenta e falso in bilancio insieme alla sorella e al compagno, il secondo imputato in via coatta per rivelazione di segreto di ufficio — mostrano infatti con evidenza solare l’abborracciata operazione di contrabbando con cui, in questi nove mesi, una destra campione del sostanzialismo penale, forcaiola nell’animo, si sia convertita a quello che, su questo giornale, Isaia Sales ha egregiamente definito ieri il garantismo amorale. Un ogm giuridico di derivazione berlusconiana, necessario ad assolvere una doppia funzione. Ridurre ogni responsabilità, a dispetto della rivendicata autonomia della politica, alla sfera penale e, contestualmente, mettere in condizioni chi esercita una potestà politica di poter invocare una sostanziale immunità dalla sfera penale in ragione del principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza e del primato della sovranità popolare.
Solo così si spiega la volgarità della velina con cui ieri sera Palazzo Chigi, con una sgangherata censura, ha sostenuto che “è lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione e abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le europee”. Solo così si spiega perché Daniela Santanchè e Andrea Delmastro, impresentabili campioni di questa destra, si trasformino nella nuova linea del Piave della maggioranza di governo e dei suoi gregari a mezzo stampa.
Sottratte al prisma deformante della propaganda, le due vicende, a loro modo, sono infatti di estrema semplicità. Daniela Santanchè, “donna senza vergogna” per dirla con le parole del suo anfitrione politico delle origini, Paolo Cirino Pomicino, per sfuggire alla concretezza di domande su circostanze utili a misurare non la sua responsabilità penale (che è affare dei tribunali), ma la sua compatibilità tra il ruolo di ministra e quello di opacissima imprenditrice sull’orlo della bancarotta e in conflitto di interesse, si è rifugiata in un desolante siparietto parlamentare dove ha indossato la maschera della vispa Teresa. Della svampita signora, inconsapevole di un’indagine penale a suo carico. Quella di cui aveva letto nell’ottobre del 2022 sui giornali e chi si era ben guardata dal verificare o far certificare da una richiesta dei suoi avvocati. Sapendo che una risposta positiva avrebbe messo lei e la presidente del consiglio nella condizione di dover assumere una decisione politica. In un senso o in un altro.
Altrettanto formidabili le mosse di Andrea Delmastro. Tutti ricordano come il sottosegretario alla Giustizia, uomo che prima di indossare la grisaglia di governo vestiva con le t-shirt della band nazi-rock “Gesta Bellica”, in quel tempio del nuovo garantismo che è il ministero guidato da Carlo Nordio, si impossessa di un brogliaccio di conversazioni ascoltate in carcere tra l’anarchico Cospito e altri detenuti, le consegna clandestinamente al suo coinquilino e compare di partito Giovanni Donzelli che le utilizza poi come manganello da spaccare sulla testa del Pd, accusato in una seduta parlamentare di “fiancheggiamento” dell’anarchico nel suo sciopero della fame. E cosa accade? Il canovaccio prevede che la presidente del consiglio e il suo pavido ministro di Giustizia non chiedano — come accadrebbe a qualsiasi latitudine — le immediate dimissioni dello scapestrato per ragioni di opportunità politica e di rispetto istituzionale. Impone, al contrario, che, con solenne gravità e altrettanta “fiducia nel lavoro della magistratura”, si affidi la faccenda alle indagini della Procura di Roma. Dove la responsabilità politica deve scolorare e confondersi con i tempi e i modi dell’accertamento penale, che il nostro scaltrissimo sottosegretario decide di sfruttare con una trovata che ritiene evidentemente geniale. Non potendo negare di aver consegnato le informazioni contenute in quel brogliaccio al mazziere di partito, spiega che ne ignorava la segretezza, nonostante il timbro con stampigliatura “segreto” sul frontespizio dei documenti. Perché, notoriamente, nel ministero che tuona contro l’indebita diffusione a mezzo stampa di intercettazioni contenute in indagini penali non più coperte da segreto, promettendo riforme draconiane ispirate “alla civiltà del diritto”, i brogliacci della polizia penitenziaria, per giunta non contenuti in alcuna indagine penale, sono invece materiale di libera consultazione per uso politico. Un argomento burlesco che la Procura di Roma aveva curiosamente raccolto con una richiesta di archiviazione “per mancanza di prova dell’elemento soggettivo del reato” (vale a dire la consapevolezza della segretezza del brogliaccio) ma ovviamente crollato di fronte al gip di Roma, che ieri ha disposto l’imputazione coatta di Delmastro.
Non sappiamo cosa avrebbe detto di questo penoso spettacolo Paolo Borsellino, il magistrato trucidato da Cosa Nostra in via D’Amelio che Giorgia Meloni ha iscritto nel Pantheon della sua formazione politica. Sappiamo cosa dovrebbero fare Delmastro e Santachè: dimettersi oggi stesso. E sappiamo cosa farebbe una presidente del consiglio che studia da statista anziché posare da sua arrogante controfigura.