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La riforma Nordio come bandiera

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Meloni attacca la magistratura ma i casi Santanchè, Delmastro e ora anche La Russa posso creare problemi al governo
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Gli anni dell’era Berlusconi furono segnati, come è noto, dal conflitto permanente tra politica e magistratura. Un conflitto senza vincitori e vinti, se è vero che i magistrati hanno, sì, evitato di essere riformati dal berlusconismo imperante, ma il fondatore di Forza Italia ha ricevuto funerali solenni, suggellati dal lutto nazionale. Ieri alcuni osservatori si domandavano se non fossimo nel pieno di un déjà vu: di nuovo il muro contro muro, di nuovo attacchi e contrattacchi, con un premier che si espone in prima linea.

Ma la storia, come dice il vecchio adagio, non si ripete. Chi volesse ispirarsi a quella stagione per riproporre altri anni all’insegna della delegittimazione reciproca…

Gli anni dell’era Berlusconi furono segnati, come è noto, dal conflitto permanente tra politica e magistratura. Un conflitto senza vincitori e vinti, se è vero che i magistrati hanno, sì, evitato di essere riformati dal berlusconismo imperante, ma il fondatore di Forza Italia ha ricevuto funerali solenni, suggellati dal lutto nazionale. Ieri alcuni osservatori si domandavano se non fossimo nel pieno di un déjà vu: di nuovo il muro contro muro, di nuovo attacchi e contrattacchi, con un premier che si espone in prima linea.

Ma la storia, come dice il vecchio adagio, non si ripete. Chi volesse ispirarsi a quella stagione per riproporre altri anni all’insegna della delegittimazione reciproca, probabilmente commetterebbe un grave errore. Del resto, Giorgia Meloni non è Berlusconi e per quanto ne sappiamo non ci tiene ad assomigliargli. Ne deriva che le procure non possono limitarsi a ripetere i medesimi schemi del passato. E dal canto suo la stessa presidente del Consiglio non può pensare di rinserrarsi a Palazzo Chigi difendendo a oltranza amici e collaboratori. A differenza di Berlusconi, lei viene da una cultura “giustizialista” e, se pure oggi ha cambiato abito, ha il dovere di una certa coerenza. Santanchè, Delmastro, ora persino la vicenda giudiziaria, tutta da verificare, che coinvolge con gravi accuse il figlio del presidente del Senato: sono casi diversi le cui conseguenze possono essere devastanti per l’esecutivo, ovvero ancora gestibili.

In concreto, non è chiaro cosa si proponga Giorgia Meloni accusando una parte della magistratura d’essere entrata in campagna elettorale con un anno di anticipo. Ancor meno si comprende l’accenno alla “separazione delle carriere”, fulcro della futura riforma Nordio, come causa scatenante della crisi. Se così fosse, se davvero la magistratura regolasse le iniziative giudiziarie in base ai propri interessi, nel tentativo di bloccare il potere legislativo del Parlamento, saremmo di fronte a un fatto di tale gravità da non poter essere affrontato con un comunicato di poche righe attribuito a “fonti di Palazzo Chigi”. Se invece al vertice del governo si ritenesse di dover fare un po’ di teatro per coprire un momento di difficoltà, allora si tratterebbe di una reazione impulsiva e poco lungimirante. Come si è detto, la leader di FdI non è Berlusconi. Non ne ha gli strumenti e i mezzi anche economici, indispensabili per sostenere uno scontro di lunga durata. Se uno o più dei suoi ministri e sottosegretari ha messo un piede in fallo, saggezza vorrebbe che la ferita fosse sanata con un piccolo rimpasto. Occasione utile anche per sostituire un paio di membri del governo che non hanno dato grande prova. Meglio una modesta amputazione che un’infezione incontrollabile. Peraltro Berlusconi era tetragono solo nel difendere se stesso. Quando si trattava di altri, anche di persone a lui vicine, sapeva essere molto flessibile.

L’altro interrogativo ancora privo di risposta riguarda proprio la riforma Nordio. La premier Meloni la vuole veramente o la considera solo un vessillo da agitare nella lunga campagna elettorale (amministrative ed europee del ‘24) che lei considera già iniziata? Il richiamo sbandierato alla “separazione delle carriere”, tabù numero uno per i magistrati, fa pensare che non ci sia tutta questa volontà di arrivare a un risultato. In fondo il ministro ha atteso nove mesi e ancora non è in campo con questa legge divisiva per eccellenza. Adesso la tensione è alle stelle, utile per accrescere il consenso alla propria parte politica e schiacciare il centrosinistra sul neo giustizialismo della linea Conte-Schlein. Ma, come sempre, chi vuole esiti concreti in chiave liberale dovrà attendere a lungo.

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