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Il cattivo esempio del presidente

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Difendendo il figlio, Ignazio La Russa ha sbagliato sia per la carica che riveste sia come genitore.
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Non sappiamo, naturalmente, cosa sia successo quella sera. Solo i protagonisti lo sanno. Dunque non siamo in grado, nessuno lo è, di parlare dei fatti. Quel che sappiamo bene invece è quale sia stata la reazione ai fatti: pessima, la peggiore possibile.

Il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa ha dato prova per l’ennesima volta di non avere minimamente idea di quale sia l’importanza del ruolo che incarna. O, se lo sa, non è in grado. Non è un giudizio politico. Non c’entrano il fascismo delle origini, le visite di famiglia al cimitero dei soldati di Salò con foto ricordo. Quello lo sappiamo, è la sua storia personale. Ma se anche fosse stato un ex comunista, un ex democristiano, un radicale libertario il problema sarebbe il medesimo. Quando rivesti un ruolo super partes, quando sei un’istituzione che deve garantire i cittadini ed essere modello in cui tutti gli italiani possano riconoscersi tu non puoi, assolutamente non puoi prendere parte. Non devi. In specie, non devi…

Non sappiamo, naturalmente, cosa sia successo quella sera. Solo i protagonisti lo sanno. Dunque non siamo in grado, nessuno lo è, di parlare dei fatti. Quel che sappiamo bene invece è quale sia stata la reazione ai fatti: pessima, la peggiore possibile.

Il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa ha dato prova per l’ennesima volta di non avere minimamente idea di quale sia l’importanza del ruolo che incarna. O, se lo sa, non è in grado. Non è un giudizio politico. Non c’entrano il fascismo delle origini, le visite di famiglia al cimitero dei soldati di Salò con foto ricordo. Quello lo sappiamo, è la sua storia personale. Ma se anche fosse stato un ex comunista, un ex democristiano, un radicale libertario il problema sarebbe il medesimo. Quando rivesti un ruolo super partes, quando sei un’istituzione che deve garantire i cittadini ed essere modello in cui tutti gli italiani possano riconoscersi tu non puoi, assolutamente non puoi prendere parte. Non devi. In specie, non devi farlo per motivo personale. Mettere avanti la difesa di un parente, addirittura di un figlio, al compito imparziale che sei chiamato a svolgere. Non puoi anticipare un giudizio che spetta a un’altra istituzione dello Stato, la magistratura. Non puoi agire in modo scomposto, istintivo, come farebbe forse una persona qualsiasi ma anche fra le persone qualsiasi, invece, c’è chi si astiene dall’anteporre i suoi interessi personali a quelli della comunità. Ce ne sono milioni, di persone così, e difatti l’Italia è un Paese democratico e civile. Quando sei il presidente del Senato, ecco: sei un simbolo. Il tuo comportamento è un modello. Quello che fai o non fai, dici o non dici autorizza chiunque, d’ora in avanti, ad agire nello stesso modo. I simboli, difatti, servono a questo: nascono per spiegare bene anche a chi non sa né leggere né scrivere quale sia l’ordine delle cose. Cosa si può e cosa non si può. Il presidente del Senato non è lì per dare la parola ai parlamentari e suonare il campanello quando sforano i tempi. Questo può farlo chiunque. Il presidente del Senato deve incarnare e garantire un’istituzione: farsi Stato. Mostrare ai cittadini lo Stato cos’è.

Poi, nel merito, la vicenda è odiosa. Si tratta del più delicato e fragile dei temi. Il rispetto del consenso. La non prevaricazione. Il rapporto fra uomini e donne, in questo caso: il modo di comportarsi fra uguali. Uguali? Chiediamocelo ancora una volta, alla luce delle reazione di La Russa. Quel che sappiamo, grosso modo, è questo. Il figlio ventunenne del presidente, Leonardo Apache, è indagato per violenza sessuale. Una sua coetanea, le cronache dicono una ex compagna di scuola che non vedeva da tempo, lo accusa di averla resa incosciente con sostanze che inibiscono la volontà durante una serata in cui si sono casualmente incontrati in un locale costoso ed esclusivo di Milano. Di averla portata a casa sua, che è anche la casa del presidente La Russa, di averle quindi usato violenza mentre non era in grado di reagire. Sappiamo anche che la mattina dopo il presidente La Russa ha visto la ragazza, forse aprendo la stanza del figlio e sorprendendola a letto, forse in corridoio o mentre andava in bagno, non sappiamo. Quel che sappiamo è che ha detto di averla vista e “trovata assolutamente tranquilla”, circostanza che ora fa di lui un potenziale testimone al processo. Ma soprattutto sappiamo quel che ha dichiarato in difesa del giovane Leonardo Apache (che è un trapper, sì, nome d’arte Larus. I testi delle canzoni celebrano ogni tipo di abuso e di violenza, anche sulle donne, ma si sa che la musica è arte, no? Cosa canti non rileva). Ha detto, il presidente, di aver “interrogato” suo figlio. Che già è un uso insolito della lingua, in genere coi figli si parla, si chiede, si domanda, si acconsente o si pretende, li si educa. Ma lui è un avvocato: si vede che li interroga. Dice di aver, dopo l’interrogatorio forse a colazione, o in cucina, o in soggiorno, desunto che “non abbia compiuto nessun atto penalmente rilevante”. Ha emesso sentenza, dunque, prima ancora che la Giustizia istruisca la causa. Ci sarebbe da obiettare che ci sono anche gesti non “penalmente rilevanti” ma comunque orribili, moralmente discutibili, inaccettabili. E però andiamo avanti. Siamo al penale domestico. Insiste, il Presidente, coi suoi dubbi: la ragazza non solo la mattina era “tranquilla” ma aveva “fatto uso di cocaina per sua stessa ammissione” (lo ha ammesso a chi? A lui? Sempre in cucina?) e ha denunciato dopo quaranta giorni: a suo giudizio – si vede - troppo tempo. Ci sono biblioteche che testimoniano come possano volerci non giorni ma anni e decenni a verbalizzare un trauma, è letteratura e persino esperienza di vita a tanti nota. Ma di nuovo andiamo avanti.

Mettere in dubbio la parola di una donna che accusa di essere stata manipolata, abusata contro la sua volontà è un esempio terrificante. Sempre, ma se sei un’istituzione è inammissibile. In questo caso specifico, torniamo ai dettagli conosciuti, la ragazza era con un’amica e le loro conversazioni telefoniche mostrano come abbia chiesto aiuto, l’amica le abbia detto scappa. I tabulati del telefono di Leonardo Apache – leggo - non possono invece per il momento essere assunti come prova, vedremo gli sviluppi, in ossequio alle garanzie che si devono alla seconda carica dello Stato. Anche ai suoi familiari? La giustizia e le procedure diranno. Resta il fatto che migliaia di donne si trovano ogni giorno in condizioni simili, anche senza essere frequentatrici di club esclusivi e di figli notevoli. Milioni di ragazze escono da casa ogni sera e vanno incontro a un destino che non riescono a governare. Alla violenza, al sopruso, alla legge del più forte, sovente alla morte. Fuori e dentro casa. Non fosse che per questo: per rispetto, per monito, per indicare una rotta. Non può, la seconda carica dello Stato. Non deve. Fossimo in un Paese diverso, ci fosse una coscienza pubblica diversa sarebbe chiamato a lasciare l’incarico: non bastano le scuse. Le scuse, si insegna ai bambini, quando ti ostini nell’errore non bastano e non servono più. Bisogna pensarci prima, trattenersi prima. Bisogna avere coscienza di sé. Ma sono favole, queste. Si sa, invece, come vanno le cose.

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