Il dono di Berlusconi
di Marco BelpolitiSe le due forme economiche più importanti nelle società umane sono rappresentate dalla transazione economica, da un lato, e dal dono, dall’altro, Silvio Berlusconi ha praticato entrambe a piene mani. Della sua attività di imprenditore, per quanto esistano dubbi sull’origine della sua fortuna economica, si sa tutto o quasi, mentre riguardo all’altra c’erano solo notizie che filtravano sotto forma di gossip. Ma ora non c’è dubbio che il suo testamento ha sancito pubblicamente la pratica del dono già presente come favore privato.
Le cifre strabilianti donate alla sua quasi-moglie Marta Fascina, 100 milioni di euro, e al fratello Paolo, medesima cifra, oltre i 30 milioni di euro elargiti a Dell’Utri, appartengono senza dubbio all’ambito del dono del G…
Se le due forme economiche più importanti nelle società umane sono rappresentate dalla transazione economica, da un lato, e dal dono, dall’altro, Silvio Berlusconi ha praticato entrambe a piene mani. Della sua attività di imprenditore, per quanto esistano dubbi sull’origine della sua fortuna economica, si sa tutto o quasi, mentre riguardo all’altra c’erano solo notizie che filtravano sotto forma di gossip. Ma ora non c’è dubbio che il suo testamento ha sancito pubblicamente la pratica del dono già presente come favore privato.
Le cifre strabilianti donate alla sua quasi-moglie Marta Fascina, 100 milioni di euro, e al fratello Paolo, medesima cifra, oltre i 30 milioni di euro elargiti a Dell’Utri, appartengono senza dubbio all’ambito del dono del Gran Cavaliere Berlusconi. Un antropologo francese Marcel Mauss nel 1923-24 ha pubblicato un importante libro dedicato a questo argomento: Saggio sul dono (Einaudi). Mauss vi distingue tra due di prestazioni: quella “non agonistica”, fondata sul reciproco scambio di beni di valore, e quella invece “agonistica”, nata da rivalità e concorrenza. Detto altrimenti, il secondo tipo di dono, applicato ritualmente nelle società del Pacifico, e chiamato potlach, obbliga chi lo riceve a ricambiarlo in una competizione che può avere anche conseguenze economiche disastrose per uno solo o per entrambi i donatori, poiché innesta una spirale di doni e contro-doni sino alla dissipazione di rilevanti ricchezze. Questo perché il dono manifesta non tanto una gratuità, come comunemente s’intende, bensì il fatto che chi lo riceve si trova in uno stato di subordinazione rispetto a chi lo fa, e quindi è indotto a reagire.
Il dono effettuato da Silvio Berlusconi richiama un’antica distribuzione di ricchezze chiamata sparsio, che consisteva nella distribuzione di denaro, argento e oro da parte dei consoli romani alla folla. Non ha fatto così Re Silvio (se 100 milioni fossero divisi tra i sessanta milioni di italiani avremmo ricevuto 1.666 euro a testa), poiché il dono ha raggiunto solo persone della sua cerchia ristretta in uno spazio giuridico d’assegnazione del denaro che scavalca le regole stabilite dall’ereditarietà parentale. Come ha scritto Jean Starobinski in un bel volume, A piene mani (Einaudi), il gesto della distribuzione di ricchezze fuori dalla cerchia parentale faceva parte del cerimoniale della regalità. Donare crea vincoli e crea legami, cosa che Berlusconi ha voluto ribadire in punto di morte, così da assegnare qualcosa che esorbita dalle possibilità della maggior parte di noi, non solo per la rilevanza del dono in denaro, ma perché l’elargizione testimonia dell’appartenenza a una casta sociale superiore da parte del donatore, cosa che ribadisce la sua dominanza anche simbolica.
Secondo alcuni antropologi lo scambio del dono sarebbe all’origine di tutti i sistemi economici e precede lo scambio delle merci legato ai prezzi. Da qualche tempo abbiamo imparato ad avere consuetudine con i beni immateriali, per altro sempre esistiti, di cui la reputazione appare oggi tra le cose più ricercate. Un tempo questi doni era rappresentati dall’onore, dal prestigio, dallo status, dalle cariche, dai ranghi, eccetera. In realtà, come mostra il caso di Silvio Berlusconi le prestazioni di tipo agonistico sono consuete nel capitalismo attraverso quello che Thorstein Vebele ha definito” nella sua opera, La teoria della classe agiata, il “consumo opulento”. Sebbene sia venuta meno l’impalcatura religiosa e morale della legittimazione della ricchezza attraverso il dispendio della stessa consumata per manifestarla, il sistema economico oggi dominante contempla ancora forme di doni che somigliano al potlach di Mauss e al kula di Malinowski, per cui “grandi uomini” possono e devono dimostrare la loro rilevanza con manifestazioni esorbitanti di ricchezza.
Il Big Man di Arcore ha voluto mostrare anche da morto il proprio potere che è fatto di simboli oltre che di denaro. Nelle società cosiddette “primitive”, che poi primitive proprio non lo erano, esistevano accanto alle cose che si potevano vendere e comprare, e a quelle che si potevano donare, altre cose inalienabili. Ad esempio gli oggetti sacri, considerati come doni che gli dei avevano fatto agli uomini e che questi non potevano disperdere in alcun modo, ma custodire con grande cura in modo che tutti potessero godere dei benefici dispensati da questi oggetti divini. Oggi noi non abbiamo più nessun “oggetto” sacro da custodire, o almeno così pare. Forse l’equivalente moderno potrebbero essere i cosiddetti “valori”, beni immateriali che definiscono il grado di libertà e di consapevolezza di sé detenuta dai membri delle diverse società di appartenenza. Ora però tutto si riduce allo scambio economico e al sistema del potlach che solo entità ultraumane come Berlusconi possono elargire a chi vogliono loro. Al di sopra e al di là di tutte le leggi sociali. Pecunia non olet.