Nell’intervista che il Direttore Generale della Rai Giampaolo Rossi ha rilasciato al Corriere della Sera, c’è un breve inserto che merita una riflessione. Poche parole, di quelle però che tracciano una rotta. Il critico televisivo del Corriere Aldo Grasso ha dedicato alla breve frase una sua rubrica, credo valga la pena di tornarci su. Parlando della nuova Raitre Il dottor Rossi ha detto: “Come ogni altra rete racconterà l’Italia com’è realmente, non come qualcuno la vorrebbe”.
Com’è realmente l’Italia? Qualcuno si sente di dire quali caratteri etnici, linguistici, politici, di costume, identifichino un ethos comune a sessanta milioni di italiani? O anche solo alla loro maggioranza? Se c’è un popolo la cui immagine nel mondo è drammaticamente ambigua, spesso indecifrabile, quelli siamo noi. Siamo il Paese di eccellenze uniche e di diseguaglianze abissali, abbiamo territori e imprese all’avanguardia nel continente e altre che figurano in coda ad ogni possibile classifica, scienziati e…
Nell’intervista che il Direttore Generale della Rai Giampaolo Rossi ha rilasciato al Corriere della Sera, c’è un breve inserto che merita una riflessione. Poche parole, di quelle però che tracciano una rotta. Il critico televisivo del Corriere Aldo Grasso ha dedicato alla breve frase una sua rubrica, credo valga la pena di tornarci su. Parlando della nuova Raitre Il dottor Rossi ha detto: “Come ogni altra rete racconterà l’Italia com’è realmente, non come qualcuno la vorrebbe”.
Com’è realmente l’Italia? Qualcuno si sente di dire quali caratteri etnici, linguistici, politici, di costume, identifichino un ethos comune a sessanta milioni di italiani? O anche solo alla loro maggioranza? Se c’è un popolo la cui immagine nel mondo è drammaticamente ambigua, spesso indecifrabile, quelli siamo noi. Siamo il Paese di eccellenze uniche e di diseguaglianze abissali, abbiamo territori e imprese all’avanguardia nel continente e altre che figurano in coda ad ogni possibile classifica, scienziati e ricercatori che si fanno largo nelle istituzioni più prestigiose e un abbandono scolastico drammaticamente alto, un analfabetismo funzionale di proporzioni scandalose. Gli italiani sono questo magma ribollente per il quale non è possibile un racconto che tutto sommi in una sola “realtà”.
Torna la vecchia domanda di Pilato: Quid est veritas? Gesù non rispose, sapeva che il funzionario romano non avrebbe mai capito il senso delle sue parole. Anche noi abbiamo grandi difficoltà a rispondere, prima ancora ad interpretare, le parole del Direttore Generale della Rai. Ho avuto l’occasione di parlare con lui. È un uomo colto, ha una visione precisa, crede in ciò che dice; un intellettuale, diciamo.
Frequento la Rai da sessant’anni, ho conosciuto dirigenti d’ogni tipo, quelli che si accontentavano d’una poltrona, quelli che pensavano solo al partito, quelli che si barcamenavano inserendo anche un minimo di qualità nei programmi. Nella vecchia Rai, l’impronta più forte la impresse però l’ingegner Filiberto Guala. Gran cattolico, grande organizzatore, fu il solo che, per qualche anno, riuscì a fare della Rai lo specchio di un’Italia quale lui immaginava e voleva che fosse. Il codice di autodisciplina per i programmisti dettava: “Non è consentita la rappresentazione di scene e vicende che possano turbare la pace sociale o l’ordine pubblico. L’incitamento all’odio di classe e la sua esaltazione sono proibiti. Sabotaggi, attentati alla pubblica incolumità, conflitti con le forze di polizia, disordini pubblici possono essere rappresentati con somma cautela e sempre in modo che ne risalti ben chiara la condanna. Dovranno essere escluse le opere di qualsiasi genere che portino discredito o insidia all’istituto della famiglia, risultino truci o ripugnanti, irridano alla legge, siano contrarie al sentimento nazionale...”. Eccetera.
Si scrive spesso dei mutandoni imposti alle ballerine da Ettore Bernabei; è un piccolo falso storico; Bernabei era un sopraffino politico le mutande delle ballerine lo interessavano fino a un certo punto; fu Guala il vero ideologo, l’uomo che dette alla Rai un’invidiabile solidità aziendale, favorì l’inserimento di una pattuglia di intellettuali (non solo cattolici) destinati a una meritata carriera, che soprattutto ebbe la visione netta di quale Italia dovesse essere rappresentata sul piccolo schermo. Alla fine, Guala, per una serie di malcontenti, dovette dimettersi; concluse la sua esistenza come sacerdote. La sua impronta restò a lungo, potrei dire fino al primo centro-sinistra nel 1963.
Come non esiste il giornalismo obiettivo, così non esiste una rappresentazione “reale” dell’Italia. Il massimo possibile di obiettività che il giornalismo possa raggiungere è dichiarare le fonti e riferirne con scrupolo. Più di così non si può. Molti anni fa, un giorno che nella riunione di Repubblica si discuteva (per l’ennesima volta) dell’obiettività, Scalfari, in vena di sarcasmo, tirò fuori dalla mazzetta dei giornali l’Unità e disse: “Questo è il giornale più obiettivo. Sapete perché? Sotto la testata c’è scritto ‘Organo del partito Comunista Italiano’ - Io non vi racconto la verità, dichiara quella scritta. Posso darvi solo la ‘mia verità’ come organo di partito”.
Al direttore generale Rossi, vorrei sommessamente ricordare che un’unica Italia reale non esiste. Esistono tante Italie quante sono le narrazioni possibili. Avendo partecipato alla nascita di Raitre (1987), ricordo distintamente che il solo punto comune d’orientamento cui si accennò, erano i valori della Costituzione democratica e antifascista. Credo che sarebbe un bene per tutti continuare a farne una guida.