La nuova stagione di tensioni tra politica e magistratura avrà inevitabili conseguenze. Tuttavia potrebbero essere meno ovvie e prevedibili di come qualcuno ha messo in conto. E non riguardano solo il governo: anche l’opposizione non può pensare di ricavare troppi vantaggi da questo “eterno ritorno del sempre uguale”, secondo il celebre pensiero di Nietzsche che in verità descriveva scenari meno banali. In primo luogo, a Palazzo Chigi devono ancora decidere quale via imboccare. La premier non può trasmettere l’idea d’essersi indebolita o, peggio ancora, di temere le inchieste giudiziarie fiorite qui e là.
Certo, si è riproposto negli ultimi giorni il tema di una classe dirigente carente e in …
La nuova stagione di tensioni tra politica e magistratura avrà inevitabili conseguenze. Tuttavia potrebbero essere meno ovvie e prevedibili di come qualcuno ha messo in conto. E non riguardano solo il governo: anche l’opposizione non può pensare di ricavare troppi vantaggi da questo “eterno ritorno del sempre uguale”, secondo il celebre pensiero di Nietzsche che in verità descriveva scenari meno banali. In primo luogo, a Palazzo Chigi devono ancora decidere quale via imboccare. La premier non può trasmettere l’idea d’essersi indebolita o, peggio ancora, di temere le inchieste giudiziarie fiorite qui e là.
Certo, si è riproposto negli ultimi giorni il tema di una classe dirigente carente e in qualche caso davvero sprovveduta. Ma il perno del centrodestra è e resta la presidente del Consiglio: lei ha raccolto il consenso elettorale, lei e non altri ha la responsabilità di non disperderlo, senza farsi schiacciare dai problemi quotidiani. Al tempo stesso, la suggestione di andare avanti come un ariete, in una sorta di braccio di ferro definitivo con una parte della magistratura, sembra poco realistica (anche per il ruolo silente ma non indifferente del Quirinale). Il sentiero è stretto, ma il compromesso deve essere possibile, altrimenti lo sconquasso dell’equilibrio democratico lascerà le solite macerie.
C’è chi teme che la crisi sia tale da non escludere la caduta del governo. Ipotesi molto rarefatta, ma che esprime le inquietudini della destra. Del resto, è il pensiero segreto di alcuni settori dell’opposizione: sperare, pur senza ammetterlo in modo esplicito, che la mano giudiziaria arrivi lì dove l’iniziativa politica non è in grado di ottenere un risultato. È la riedizione di uno schema già visto in passato che non ha mai portato fortuna. Oggi poi la situazione sarebbe diversa da quella conosciuta ai tempi di Berlusconi. Un crollo dell’esecutivo per via giudiziaria equivarrebbe a cancellare il dato elettorale del 25 settembre, che fu spiacevole per tanti, ma limpido e legittimo. La destra griderebbe al tradimento, la sinistra non sarebbe in grado di gestire un potere senza consenso, la frattura politica e istituzionale apparirebbe insanabile.
In definitiva, si direbbe che a nessuno convenga soffiare sul fuoco. Nemmeno alla parte più militante della magistratura, se è vero che i sondaggi rilevano una progressiva perdita di credibilità del sistema giudiziario, con i cittadini che nutrono scarsa fiducia in una giustizia spesso inefficiente. E qui si torna al punto cruciale della riforma Nordio. Il governo può limitarsi a sventolarla come una bandiera garantista, ma senza vera intenzione di approvarla per non inasprire il conflitto fra poteri dello Stato. Al punto in cui siamo, tuttavia, una rinuncia preventiva agli aspetti più significativi del progetto - a cominciare dalla separazione delle carriere - suonerebbe come una netta sconfitta del governo che apparirebbe condizionato al punto di non avere la forza per legiferare in Parlamento. Ne deriva che in questo momento sono all’opera i tessitori. Il sottosegretario alla Presidenza, Alfredo Mantovano, egli stesso magistrato, possiede le necessarie doti di mediatore e ha il giusto profilo per muoversi nei due campi.
La riforma non può essere svuotata, ma non dovrà evidentemente risultare punitiva verso la magistratura. E l’opposizione può contribuire non poco a questa fase se sceglierà la via costruttiva. Luciano Violante indica da tempo una strada (da ultimo parlando con il Corriere) che non è troppo diversa da quella a cui lavora Mantovano. Ma non è detto che le spinte radicali da una parte e dall’altra siano destinate a soccombere. La vicenda è appena agli inizi.