A pochi giorni dall’anniversario dell’attentato di via D’Amelio a Palermo, dove morirono Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta, si apre nel governo una frattura verticale proprio sulla lotta alla mafia. Il casus belli è l’insistenza del ministro Carlo Nordio nel voler smantellare (nel giuridichese del Guardasigilli si dice tipizzare, vabbè…) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Uno strumento, come hanno ricordato su Repubblica Maria Falcone e Salvatore Borsellino, fortemente voluto 30 anni fa dai due eroi antimafia spesso citati da Giorgia Meloni. Un reato già “tipizzato”, per dirla con Nordio, in due sentenze delle sezioni unite della Corte di Cassazione, nel 1994 e nel 2005, ma evidentemente al ministro non basta.
Per capire questa foga basti ricordare che il concorso esterno è da decenni la bestia nera di quella parte politica che ha fatto della guerra alla magistratura la sua ragione d’essere principale. Sono stati accusati e condannati per concorso esterno, tanto per ricordare qualche nome della cosiddetta “zona grigia” contigua alla criminalità, Marcello Dell’Utri, ex braccio destro di Berlusconi, Antonio D’Alì ex sottosegretario all’Interno di Berlusconi, Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’Economia di Berlusconi. Non è un caso quindi e non deve stupire che oggi sia proprio Forza Italia a schierarsi a testuggine a difesa delle idee del Guardasigilli.
Ma il problema investe principalmente la forza politica della presidente del Consiglio. Quella Meloni che oggi difende le riforme di Nordio è la stessa persona che, nella solennità del Parlamento, ricordò di aver iniziato a fare politica “a 15 anni, il giorno dopo la strage di via D’Amelio, spinta dall’idea che non si potesse rimanere a guardare, che la rabbia e l’indignazione andassero tradotte in impegno civico. Il percorso che mi ha portato oggi a essere presidente del Consiglio nasce dall’esempio di quell’eroe”. Le proposte di Borsellino e di Falcone furono per l’epoca rivoluzionarie e modernissime. Introdussero l’idea che la mafia si fosse evoluta, che andasse colpita anche in quelle zone di contiguità con la burocrazia e con la politica che, appunto, agivano “in concorso esterno” con i boss. Fu una svolta e ne seguirono decine di condanne. Oggi invece è come se Nordio volesse riportare indietro l’orologio della storia, privandosi di strumenti - mettiamoci anche i limiti alle intercettazioni, perché tanto i mafiosi non parlano al telefono - ritenuti indispensabili dai magistrati impegnati in prima linea. Come quel personaggio del film Goodbye Lenin, che si risveglia dopo anni di coma e crede di vivere ancora ai tempi della Ddr, il ministro della giustizia scatena una guerra alle toghe che appare fuori dal tempo. E difatti, nella sua stessa maggioranza, nessuno lo segue tranne Forza Italia. Nemmeno Matteo Salvini, che ancora si lecca le ferite dei referendum sulla giustizia dello scorso anno sepolti da un 80 per cento di astensioni (a proposito, chi era il presidente del Comitato per Sì? Sempre Nordio, of course).
Come un novello Cossiga, il Nordio-picconatore non demorde e continua ad attaccare. Ogni giorno alza l’asticella delle sue ambizioni. È partito in sordina con l’abolizione dell’abuso d’ufficio e del traffico d’influenze, mettendosi contro la Commissione europea che ci chiede di fare l’opposto. Poi ha citato il concorso esterno e la separazione delle carriere. Ma l’appetito vien mangiando e, nell’intervista rilasciata ieri al Corriere della sera, è arrivato a svelare l’obiettivo finale dell’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, presupposto per il controllo politico dell’esecutivo sull’attività delle procure. In Europa penseranno che sono riforme punitive ispirate a Orbán e Kaczyński, ma in Italia non siamo così provinciali. Il modello, giura il ministro Nordio, è invece quello del partigiano socialista Giuliano Vassalli, della sua riforma del codice di procedura penale del 1989, quando sognavamo di essere come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Prima che Totò Riina ci ricordasse, a Capaci, che siamo e restiamo ancora il Paese delle quattro mafie. Che non hanno conosciuto riforme, pardon tipizzazioni.