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La meraviglia della diversità

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Michela Murgia, allo stadio terminale della malattia, si è sposata: un matrimonio “controvoglia” può essere un piccolo passo per cambiare
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Dev’essere bellissimo sposarsi controvoglia. Controvoglia ma senz’astio, senza rabbia, con un sorriso quieto invece e con un’intenzione vitale e potente. Non smettere mai, nemmeno un momento, di pensare che se ci comportiamo come vorremmo che il mondo fosse lo diventerà, prima o dopo. Per forza, lo diventerà, perché è già così che stanno le cose. La vita è spesso in anticipo sulla realtà. Serve un tempo, sempre, a volte purtroppo molto lungo e pieno di inciampi perché le leggi, il sentire comune, la morale corrente si accorgano che la vita è più avanti ma soprattutto che è più larga: più accogliente e multiforme del recinto stretto in cui gli umani sono soliti chiudersi, sovente fra simili, per chiudere tutti gli altri fuori e stabilire così chi è nel giusto, chi no. Chi siamo noi per decidere del destino di un altro, quando la sua scelta non prevarica e non limita la nostra. Chi siamo per decidere come è giusto vestirsi, mangiare, riprodursi, fare famiglia o non farla, con chi vivere…

Dev’essere bellissimo sposarsi controvoglia. Controvoglia ma senz’astio, senza rabbia, con un sorriso quieto invece e con un’intenzione vitale e potente. Non smettere mai, nemmeno un momento, di pensare che se ci comportiamo come vorremmo che il mondo fosse lo diventerà, prima o dopo. Per forza, lo diventerà, perché è già così che stanno le cose. La vita è spesso in anticipo sulla realtà. Serve un tempo, sempre, a volte purtroppo molto lungo e pieno di inciampi perché le leggi, il sentire comune, la morale corrente si accorgano che la vita è più avanti ma soprattutto che è più larga: più accogliente e multiforme del recinto stretto in cui gli umani sono soliti chiudersi, sovente fra simili, per chiudere tutti gli altri fuori e stabilire così chi è nel giusto, chi no. Chi siamo noi per decidere del destino di un altro, quando la sua scelta non prevarica e non limita la nostra. Chi siamo per decidere come è giusto vestirsi, mangiare, riprodursi, fare famiglia o non farla, con chi vivere. Sarebbe bellissima, no?, una società in cui ciascuno potesse decidere liberamente di sé — ovviamente senza con questo impedire a nessun altro di farlo. Nel rispetto di alcuni limiti semplicissimi che tutti, proprio tutti, riconosciamo e condividiamo. Non usare violenza, non fare del male, tendere la mano a chi ha bisogno, fare manutenzione dell’amore che è così fragile, comportarsi con l’altro come vorremmo si comportasse con noi e pazienza se non accade, la reciprocità non si pretende. Si suscita, a volte, e non sempre arriva da chi ci si aspetta. Anzi.

Tutti, ho scritto. In verità mi sono molto chiesta in queste ore se il matrimonio controvoglia fra Michela Murgia e Lorenzo Terenzi mi abbia commossa perché sono in condizioni di capire — direi meglio di sentire — le ragioni che lo muovono. Perché mi sono fatta le stesse domande e ho avuto gli stessi desideri riguardo alle persone che amo, a quello che mi auguro per loro nel tempo dopo, che vorrei fosse appunto capace di accoglierli: vorrei essere in grado di contribuire a costruirlo adesso, quel tempo. Si fanno cose semplici, in queste circostanze, insieme ad altre davvero molto impegnative: si scrivono lettere, si fanno gli elenchi di dove sono gli oggetti, si separa l’indispensabile dall’inutile con una rapidità e una lucidità sorprendenti. Mi sono dunque chiesta se sia necessario sperimentare la precarietà, se serva un orizzonte di privazione per capire il valore di quel che è fondamentale — cioè, in primo luogo, la libertà — o se invece tutti possano comprenderlo con uno sforzo di attenzione, di ascolto, di immedesimazione. Credo tutti. Possono, possiamo. Non serve essere in articulo mortis, davvero.

Ho trascorso qualche giorno con la mia famiglia, che si potrebbe definire tradizionale essendo fondata grosso modo su legami di sangue, grosso modo perché è nata già larga, non convenzionale, e si è nel tempo allargata ad amici dei figli cresciuti con noi, amici-figli, ex compagni con i nuovi compagni, nuovi arrivi che parlano lingue diverse accolti con la gioia che suscita vedere felice chi si ama. Ci è voluto molto tempo, anni, a capire che regole uguali non potevano funzionare con persone diverse. A rispettare i tempi, i desideri, le idiosicrasie e gli slanci di ciascuno. Convivere significa avere rispetto. C’è voluta una fragilità nuova per sorridere di quel che un tempo avrebbe suscitato disapprovazione, o peggio pretesa di uniformità. La fragilità è una fonte di forza ineguagliabile. La pazienza è un’altra. La curiosità. La capacità di sorprendersi di quel che è inatteso. La diversità, sì. La diversità è una fonte inesauribile di meraviglia. Basta mettere a fuoco che l’uniformità è una pretesa assurda, non esiste in natura.È madre del pensiero unico, sorella del dispotismo. Non giudicare, giudicarsi semmai ma neppure sempre. Anche sorridere, indossare un abito che ti fa sentire una principessa e dimenticare per un momento il mal di stomaco, cucinare per gli altri e lasciare che gli altri cucinino per te. Fare gesti di gentilezza a fondo perduto. Richiamare chi non senti da troppo tempo, farlo persino con chi non si è fatto sentire quando ne avevi bisogno, se ti fa piacere. Dividere chi ti ama da chi si ama. Potrei continuare, ma è un elenco che ciascuno sa fare, a volerlo. Anche io mi sono sposata molto tempo fa per ragioni diciamo così legali: per assicurare parità di trattamento ai nati di prima e a quelli di dopo, questioni così, burocratiche e legate a un modo di concepire la società che Murgia definisce con ragione “patriarcale e limitato”. Anche io vorrei che ci fossero modelli di relazione diversi, più larghi, capaci di contenere la vita com’è. Che fossero i modelli ad adattarsi alla vita e non viceversa. Anche un matrimonio controvoglia può servire: un piccolo passo, molti passi tutti insieme, ciascuno il suo, e prima o dopo cambierà. Viva tutti, non solo gli sposi. Anche, comunque. Viva le libertà e chi le incarna, che sia ad alta voce o in silenzio. Viva quello che ciascuno nel suo spazio può fare e tutti possiamo, nel modo che ci è proprio. Continuiamo a farlo, con allegria.

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