Accordo Ue-Saïed, l’anomalia tunisina
di Filippo di RobilantTunisia, 16 luglio 2023: il presidente tunisino Kais Saied con la premier italiana Giorgia Meloni
(afp)Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha perseguito con notevole ostinazione e a ogni costo un accordo con chi governa a Tunisi. Le va riconosciuto di aver coinvolto in questo sforzo il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il premier di un Paese europeo di destinazione secondaria, l’olandese Mark Rutte.
Sia chiaro: non si tratta di un accordo Ue-Tunisia ma di un accordo Ue-Saïed, che della Tunisia è il dittatore. Non è un dettaglio di poco conto perché l’altra Tunisia, quella di un’intera classe dirigente che rappresenta la spina dorsale del Paese — magistrati, politici, giornalisti, intellettuali, sindacalisti, rappresentanti della società civile —, entra ed esce da galera, secondo gli umori di Kaïs Saïed, o ha scelto la via dell’esilio volontario.
Meloni e Saïed. Le due parti avevano bisogno di fare colpo per ragioni di politica interna. Per non dire di Rutte, costretto a convocare elezioni anticipate a novembre dopo che il suo governo di coalizione si è …
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha perseguito con notevole ostinazione e a ogni costo un accordo con chi governa a Tunisi. Le va riconosciuto di aver coinvolto in questo sforzo il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il premier di un Paese europeo di destinazione secondaria, l’olandese Mark Rutte.
Sia chiaro: non si tratta di un accordo Ue-Tunisia ma di un accordo Ue-Saïed, che della Tunisia è il dittatore. Non è un dettaglio di poco conto perché l’altra Tunisia, quella di un’intera classe dirigente che rappresenta la spina dorsale del Paese — magistrati, politici, giornalisti, intellettuali, sindacalisti, rappresentanti della società civile —, entra ed esce da galera, secondo gli umori di Kaïs Saïed, o ha scelto la via dell’esilio volontario.
Meloni e Saïed. Le due parti avevano bisogno di fare colpo per ragioni di politica interna. Per non dire di Rutte, costretto a convocare elezioni anticipate a novembre dopo che il suo governo di coalizione si è dimesso proprio su questioni migratorie. Meloni può ora dire agli italiani di aver messo un freno all’immigrazione irregolare e Saïed può tornare, rafforzato da questa legittimazione internazionale, alla sua attività preferita, quella di reprimere qualsiasi critica e soffocare la giovane democrazia tunisina.
Certamente, in nome della stabilità si può in modo cinico decidere che di stato di diritto, democrazia e diritti umani si può anche fare a meno. Non è la prima volta né sarà l’ultima. Rimanendo nel continente africano è stato così per un’intera epoca storica, da Siad Barre a Mobutu. La stabilità, tuttavia, è il minimo sindacale per qualsiasi dittatore mentre Saïed non solo non assicura stabilità, ma è fattore d’instabilità.
È questa l’anomalia tunisina ed è per questo che il Fmi prima di fornire un prestito di 1,9 miliardi di dollari vuole vederci chiaro. Il Team Europe (ma per favore!) ha invece deciso di allentare i cordoni della borsa sulla fiducia.
Forse qualche timore Meloni segretamente lo nutre visto come, in conferenza stampa, ha puntualizzato che dovranno seguire altre intese «per mettere a terra gli obiettivi che ci siamo dati». Come pure Von der Leyen quando precisa che «aumenteremo il coordinamento Sar e il controllo alle frontiere», ponendo l’accento «nel pieno rispetto del diritto internazionale». Come non vedere in quest’affermazione una stilettata nei confronti di Meloni che fino a ieri invocava respingimenti a base di blocchi navali?
L’accordo politico dovrà essere ora approvato dal Consiglio europeo all’unanimità e ratificato dai 27 Stati membri. I “patrioti” dei Paesi sovranisti amici di Meloni non avranno da ridire stavolta, anzi. L’importante, per loro, è mettere un tappo ai flussi migratori così che d’accoglienza e integrazione meno si parla, meglio è. Intanto, una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo è stata annunciata da Meloni per domenica 23 luglio.
Al riguardo non si trova alcun dettaglio sui siti del governo ma sappiamo, dalle sue parole pronunciate a Tunisi, che «avrà il presidente Saïed tra i protagonisti». Una conferenza internazionale sul tema va salutata ma è preferibile evitare che diventi un’occasione per accreditare ulteriormente l’autocrate di Tunisi (e altri autocrati eventualmente presenti) a spese di una popolazione che ha di fronte un futuro di penurie e sacrifici.
La conferenza internazionale non deve limitarsi a un mero esercizio intergovernativo. Dev’essere prima di tutto inclusiva, dando voce alle componenti della società civile, e gli esiti devono avere una forte ownership africana. Senza questi prerequisiti continuare a parlare di “modello Tunisia” avrà sempre di più il sapore di una beffa.