Le fiabe riscritte, capolavori all’incontrario
di Vanessa Roghi"Pinocchio" di Carlo Collodi
(leoni)Il dibattito su cosa debbano leggere o guardare i bambini, se sia giusto o sbagliato raccontare loro fiabe tradizionali o se non sia meglio cambiarle, queste fiabe, adattandole ai tempi nuovi, è una di quelle discussioni carsiche che riaffiorano periodicamente, ogni qual volta viene messo in discussione un canone che si dà per scontato.
Accadde nei tardi anni Sessanta, per esempio, quando si iniziarono a mettere sul banco degli imputati Cenerentola o Pollicino, perché espressione di valori arcaici e oppressivi. Nacquero nuove collane come Dalla parte delle bambine e anche le fiabe della tradizione, come già suggerito da Gianni Rodari, diventarono “materia prima” con cui giocare per rovesciare e incrociare destini mai immutabili, per fortuna, nel mondo della fantasia.
Insalate di favole, favole a rovescio, fiabe smontate per inventare giochi che ne mettevano in rilievo le funzioni narrative, in omaggio a Vladmir Propp, lo studioso russo che aveva riportato i…
Il dibattito su cosa debbano leggere o guardare i bambini, se sia giusto o sbagliato raccontare loro fiabe tradizionali o se non sia meglio cambiarle, queste fiabe, adattandole ai tempi nuovi, è una di quelle discussioni carsiche che riaffiorano periodicamente, ogni qual volta viene messo in discussione un canone che si dà per scontato.
Accadde nei tardi anni Sessanta, per esempio, quando si iniziarono a mettere sul banco degli imputati Cenerentola o Pollicino, perché espressione di valori arcaici e oppressivi. Nacquero nuove collane come Dalla parte delle bambine e anche le fiabe della tradizione, come già suggerito da Gianni Rodari, diventarono “materia prima” con cui giocare per rovesciare e incrociare destini mai immutabili, per fortuna, nel mondo della fantasia.
Insalate di favole, favole a rovescio, fiabe smontate per inventare giochi che ne mettevano in rilievo le funzioni narrative, in omaggio a Vladmir Propp, lo studioso russo che aveva riportato i racconti di fate a far parte del bagaglio culturale “alto” grazie alla traduzione dei suoi libri da parte di Einaudi nei tardi anni Quaranta.
Da allora, anche per l’edizione delle Fiabe italiane di Italo Calvino (1956) non si era mai smesso, non solo di leggere, ma anche di riscrivere le fiabe della tradizione adattandole ai tempi nuovi. Del resto Walt Disney aveva riscritto Biancaneve per il grande schermo nel 1938, Pinocchio nel 1940. Occorreva prendere sul serio questa operazione che era allo stesso tempo commerciale e culturale e ragionarci non solo in termini di contenuto ma anche e soprattutto in termini estetici. Lo diceva Umberto Eco fin dai primi anni Sessanta. Era stato Bruno Munari, attento all’educazione al visibile dei più piccoli, a inventare per primo una collana senza maghi né streghe, ancora una volta per Einaudi, dove l’aspetto formale non era meno importante di quello dei contenuti. I libri dovevano essere prima di tutto belli, insomma. Non utili. Questa era per Munari, la più alta forma di rispetto verso l’infanzia e verso le fiabe stesse.
Natalia Ginzburg non apprezzò l’operazione e scrisse un articolo molto duro sul fatto che nella fiaba tradizionale c’era già tutto quello che serviva. No, rispondeva Munari, cambiano i tempi, cambiano le favole, si reinventano le fiabe.
Gianni Rodari nella Grammatica della fantasia (1973) suggeriva di affiancare un elemento della contemporaneità, un elicottero mettiamo, a un personaggio della tradizione, Cappuccetto rosso, e vedere che cosa ne usciva fuori. Lo chiamava binomio fantastico, in omaggio ai surrealisti dai quali aveva preso l’idea. Lo spaesamento scaturito da questo inedito accostamento diventava uno strumento per forzare la superficie del reale e far muovere idee, inventare nuovi scenari, non solo fiabeschi. Un esercizio politico oltreché poetico.
Per questo, sono sicura, avrebbe apprezzato sulla carta l’idea di far interpretare Biancaneve a una ragazza di origini latinoamericane. Un’ipotesi fantastica con i fiocchi: cosa accadrebbe se Biancaneve non fosse bianca come la neve?
Il punto vero, ieri come oggi, è che come Munari, anche Rodari si sarebbe posto non tanto il problema del contenuto, problema davvero avvilente, poiché riporta sempre il discorso sulla letteratura per l’infanzia a un discorso educativo e moralistico, quanto quello della forma. Il film, il libro, nato da queste premesse, è bello o brutto? Come ha notato Susanna Mattiangeli, autrice di libri “per l’infanzia” e premio Andersen Italia 2018: «Sembra che, affrontando questa letteratura, vengano accantonati i criteri qualitativi adoperati per la scrittura destinata agli adulti, orientandosi primariamente sugli effetti, reali, presunti, auspicati o paventati, che possono avere sui lettori e sulle lettrici».
La riscrittura di fiabe e favole ha prodotto, da un secolo a questa parte, opere mediocri ma anche capolavori, grazie ai quali bambini e adulti hanno avuto modo di ripensare, insieme a quello dei personaggi, il proprio destino. Correre il rischio è il minimo che possiamo fare. Aspettando curiosi di vedere la nuova Biancaneve.