Russia-Ucraina, non bastano le buone intenzioni
di Paolo GarimbertiMosca, il presidente russo Vladimir Putin
La lettera che Alexei Vladimirovic Paramonov, ambasciatore russo in Italia, ha indirizzato a Repubblica è al tempo stesso interessante, sorprendente e anche deludente. Interessante perché il tono è ben diverso da quello istrionico, rozzo e aggressivo (tutti aggettivi che mal si conciliano con la parola “diplomazia”) mostrato più volte dal suo predecessore Sergej Razov. Il quale era arrivato al punto da presentare, nel marzo 2022, un esposto alla Procura di Roma per “istigazione a delinquere e apologia di reato” contro La Stampa per un articolo a lui sgradito. Fingendo di ignorare che in Italia esiste la libertà di parola e di opinione, e dunque la libertà di stampa, a differenza di quanto accade nella Russia di Putin (come dimostra, in questi giorni, il processo ad Aleksej Navalny, sottoposto in carcere a un autentico lavaggio del cervello con l’ascolto notturno coatto dei discorsi dello zar).
Ma la lettera dell’ambasciatore è sorprendente perché, pur essendo Paramonov un diplo…
La lettera che Alexei Vladimirovic Paramonov, ambasciatore russo in Italia, ha indirizzato a Repubblica è al tempo stesso interessante, sorprendente e anche deludente. Interessante perché il tono è ben diverso da quello istrionico, rozzo e aggressivo (tutti aggettivi che mal si conciliano con la parola “diplomazia”) mostrato più volte dal suo predecessore Sergej Razov. Il quale era arrivato al punto da presentare, nel marzo 2022, un esposto alla Procura di Roma per “istigazione a delinquere e apologia di reato” contro La Stampa per un articolo a lui sgradito. Fingendo di ignorare che in Italia esiste la libertà di parola e di opinione, e dunque la libertà di stampa, a differenza di quanto accade nella Russia di Putin (come dimostra, in questi giorni, il processo ad Aleksej Navalny, sottoposto in carcere a un autentico lavaggio del cervello con l’ascolto notturno coatto dei discorsi dello zar).
Ma la lettera dell’ambasciatore è sorprendente perché, pur essendo Paramonov un diplomatico raffinato, colto e storicamente ben preparato, dopo una premessa conciliante ripercorre un sentiero battuto fino alla noia dalla narrazione putiniana e dai suoi più ardenti propagandisti. A cominciare dal fatto che, dopo decine di migliaia di morti anche tra la popolazione civile e bombardamenti a tappeto delle città ucraine, continua a definire “operazione militare speciale” quella che è una vera e propria guerra, riportabile, per alcune tipologie militari, al modello della Prima guerra mondiale, combattuta con mezzi moderni.
Infine la lettera è deludente perché, pur affermando che “oggi Mosca lascia aperta la porta alle iniziative diplomatiche”, non c’è traccia di alcuna proposta da parte del Cremlino per intraprendere una fase negoziale, neppure un cessate il fuoco o un piano da confrontare con quello ucraino presentato da Zelensky in più sedi. A conferma che Vladimir Putin vuole vincere a ogni costo questa guerra, nonostante l’esito finora negativo della sua offensiva, sottolineata dal “quasi golpe” di Prigozhin e dalle manifeste critiche di alcuni generali sul campo alla conduzione dei vertici militari. Anche se Paramonov rovescia l’onere della colpa sull’Occidente, che, scrive, “persevera nella sua sconsiderata e ostinata intenzione di sconfiggere o indebolire a ogni costo la Russia”.
Ma ci sono alcuni punti della lettera che meritano qualche precisazione perché sono antistorici o devianti. Il primo è quando sostiene che Stati Uniti, Nato e Unione europea hanno “strappato l’Ucraina, che non esisteva prima del crollo dell’Urss del 1991, alla Russia e all’Unione degli Stati Indipendenti”. Non occorre grande preparazione storica per ricordare che, alla stregua di questo ragionamento, neppure la Russia esisteva come Stato prima del crollo dell’Urss e che tutte le ex Repubbliche sovietiche sono diventate, dopo il 1991, Stati indipendenti: dal Kazakhstan all’Armenia, dalla Lituania alla Georgia (altra ex Repubblica dell’Urss diventata Stato e attaccata dalla Russia nel 2008), e via elencando.
A conferma che l’Ucraina non è stata “strappata” alla Russia, ma era riconosciuta dalla stessa Russia quale Stato indipendente e sovrano, basta rileggere le disposizioni del Memorandum di Budapest del 5 dicembre 1994, con il quale Kiev consegnò il suo intero arsenale atomico alla Russia e la comunità internazionale, guidata dalla stessa Russia, dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, si impegnava a “rispettare l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina”. A meno che l’ambasciatore Paramonov non consideri, invece, come testo di riferimento l’articolo firmato da Vladimir Putin nel luglio 2021 (“L’unità storica di russi e ucraini”), nel quale il presidente russo mostrava apprezzamento per la posizione di Stalin: secondo il quale le Repubbliche non avrebbero dovuto avere diritto di secessione, “una pericolosissima bomba a orologeria — scriveva Putin — che esplose nel momento in cui venne a mancare il meccanismo di sicurezza rappresentato dal ruolo del Pcus”.
Secondo punto deviante della lettera è quello in cui l’ambasciatore afferma, sempre a sostegno di una presunta “illegittimità” dell’Ucraina come Stato sovrano, che nel 2014 a Kiev vi fu un colpo di Stato, “che ha portato al conflitto civile armato nel Donbass e all’ingresso con referendum della Crimea nella Federazione russa”. La realtà fu molto diversa, non ci fu alcun colpo di Stato, le elezioni del 25 maggio 2014, dopo la fuga del presidente Viktor Yanukovich a Mosca e il suo impegno a non ricandidarsi, furono garantite da un accordo tra Russia, Stati Uniti e Unione europea. La “guerra strisciante” in Donbass e l’annessione della Crimea, con i famosi “omini verdi” senza mostrine, avvennero prima delle elezioni. Mi permetto di suggerire all’ambasciatore, per una rilettura accurata e obiettiva degli eventi, il libro di Anna Arutunyan (Hybrid Warriors), una giornalista che ha seguito in prima persona il conflitto nel Donbass e il referendum in Crimea, oltre che la protesta anti-russa dell’Euromaidan a Kiev.
Un’ultima annotazione su un’altra affermazione sorprendente della lettera. L’ambasciatore Paramonov, che pure conosce molto bene l’Italia e l’Europa (è stato per cinque anni console a Milano, parla un ottimo italiano, e, prima di venire a Roma, è stato capo del dipartimento Europa del Mid, il ministero degli Esteri russo), sostiene che, in quanto “inserita nel sistema euro-atlantico”, l’Italia diventa “volente o nolente coinvolta in azioni ostili contro Mosca”. Quasi che la posizione dei nostri governi, prima Draghi e poi Meloni, sia dovuta a una costrizione, più che a una scelta politica. L’ambasciatore dovrebbe invece sapere che è frutto di una precisa distinzione tra l’aggressore (la Russia) e l’aggredito (l’Ucraina) e che il sostegno all’aggredito non potrà cessare finché continua l’aggressione.