✕

Partito conservatore, la strada e le spine

La premier Giorgia Meloni

 (reuters)
2 minuti di lettura

Se l’obiettivo di Giorgia Meloni è la costruzione di un grande partito conservatore con solide radici da Nord a Sud, bisogna ammettere che il progetto è più avanzato di quanto non sia, sul fronte opposto, la messa in opera di una credibile alternativa di centrosinistra. Ciò non toglie che la strada della leader di Fratelli d’Italia è ancora lunga e accidentata. Il vantaggio di cui gode la giovane premier è soprattutto uno, ma rilevante: una stabilità di fondo della sua maggioranza. Per quanto notevole sia l’astio di Salvini verso la rivale che lo ha ridotto al ruolo di comprimario, è evidente che la Lega può abbaiare ma non mordere. Almeno non fino al punto di provocare una crisi. E per quanti interrogativi ci siano sul futuro di Forza Italia dopo Berlusconi, è impensabile che questa formazione lasci il governo. Anzi, è proprio il contrario, se si osserva la sintonia tra il ministro degli Esteri, Tajani, e la presidente del Consiglio. Anche qui sono prevedibili …

Se l’obiettivo di Giorgia Meloni è la costruzione di un grande partito conservatore con solide radici da Nord a Sud, bisogna ammettere che il progetto è più avanzato di quanto non sia, sul fronte opposto, la messa in opera di una credibile alternativa di centrosinistra. Ciò non toglie che la strada della leader di Fratelli d’Italia è ancora lunga e accidentata. Il vantaggio di cui gode la giovane premier è soprattutto uno, ma rilevante: una stabilità di fondo della sua maggioranza. Per quanto notevole sia l’astio di Salvini verso la rivale che lo ha ridotto al ruolo di comprimario, è evidente che la Lega può abbaiare ma non mordere. Almeno non fino al punto di provocare una crisi. E per quanti interrogativi ci siano sul futuro di Forza Italia dopo Berlusconi, è impensabile che questa formazione lasci il governo. Anzi, è proprio il contrario, se si osserva la sintonia tra il ministro degli Esteri, Tajani, e la presidente del Consiglio. Anche qui sono prevedibili manifestazioni di nervosismo in alcuni settori, ma nulla che non sia rimarginabile.

Altro punto a favore del progetto meloniano è la politica estera euro-atlantica. Con la guerra in Ucraina, l’Europa e l’alleanza atlantica sono unite in modo indissolubile. Su questo la presidente del Consiglio ha idee chiare e non da oggi, come si vedrà tra pochi giorni a Washington. L’euro-atlantismo è la sua bussola, come lo era di Mario Draghi. Almeno qui si coglie una vera continuità con il predecessore.

Quali sono invece a tutt’oggi i punti deboli del disegno conservatore? Al primo posto ci sono le intemperanze di alcuni ministri, nonché un’immagine istituzionale tutt’altro che impeccabile a causa di comportamenti inappropriati: il caso Santanchè allunga un’ombra che danneggia l’intero governo e poi vedremo come finirà la vicenda che sfiora il presidente del Senato per colpa del figlio. Tutto può permettersi Meloni, tranne che farsi appannare l’immagine e dare l’impressione di una qualche difficoltà nell’imporre la propria leadership. In fondo l’intero destino della destra dipende da lei, il successo o l’insuccesso elettorale grava sulle sue spalle.

Altro punto cruciale. La stabilità, come si è detto, è ovviamente un vantaggio; ma va riempita di contenuti e di iniziative, altrimenti può trasformarsi in un boomerang. Uno Zaki che torna in libertà non capita tutti i giorni e la politica mediterranea, che fa da sfondo alla vicenda egiziana, è tutta da edificare, un tassello dietro l’altro. Partendo dalla Tunisia, la premier ha avuto l’abilità di coinvolgere i vertici dell’Unione per non essere accusata di velleitarismo; e peraltro proteggere “le frontiere esterne” dell’Europa è un compito collettivo, la negazione del “sovranismo” provinciale. Ma è anche una fatica quotidiana che richiede un enorme patrimonio di energie. Prima delle elezioni europee del maggio-giugno ’24 il controllo delle rotte dei migranti dovrà fornire qualche risultato e dovrà farlo senza rinnegare il tema dei diritti umani, pena il discredito.

Nel frattempo anche la gestione del Pnrr rappresenta una decisiva prova di maturità per la destra. Un’oculata politica di investimento dei fondi europei può creare consenso al “partito conservatore”; viceversa l’antica propensione al rinvio e allo spreco questa volta potrebbe non essere tollerata dall’opinione pubblica. Sulla linea d’orizzonte s’intravede la questione irrisolta del Mes, il fondo salva-Stati. La mancata ratifica scivola in avanti e crea una grave incoerenza con il resto della politica europea. Un partito conservatore non ha paura del Mes e al tempo affronta la riforma della giustizia senza abdicare a una linea liberale. Soprattutto senza farsi trascinare nell’eterno conflitto con la magistratura, un passo avanti e due indietro.

Leggi i commenti