La spallata della destra per conquistare la Spagna sembra destinata a fallire. L’azzardo di Sanchez, che ha voluto il voto anticipato dopo la batosta alle amministrative potrebbe essere riuscito. I primi risultati delle elezioni spagnole dipingono una situazione di grande incertezza. La coalizione di sinistra e quella di destra sostanzialmente si equivalgono e nessuna raggiunge la maggioranza dei voti. L’ago della bilancia saranno dunque probabilmente, ancora una volta, i partiti autonomisti baschi e catalani che già sostenevano il governo uscente. Lo faranno ancora? Tutto si giocherà su una risicatissima manciata di seggi parlamentari che, comunque, non garantiranno a nessuno una solida maggioranza.
Ma questa incertezza è in frutto di una radicalizzazione della politica che in Spagna, come nel resto d’Europa, rende difficilmente proponibile una coalizione tra popolari e socialisti, sul modello di quelle che per oltre mezzo secolo hanno garantito la governabilità e la stabilità …
La spallata della destra per conquistare la Spagna sembra destinata a fallire. L’azzardo di Sanchez, che ha voluto il voto anticipato dopo la batosta alle amministrative potrebbe essere riuscito. I primi risultati delle elezioni spagnole dipingono una situazione di grande incertezza. La coalizione di sinistra e quella di destra sostanzialmente si equivalgono e nessuna raggiunge la maggioranza dei voti. L’ago della bilancia saranno dunque probabilmente, ancora una volta, i partiti autonomisti baschi e catalani che già sostenevano il governo uscente. Lo faranno ancora? Tutto si giocherà su una risicatissima manciata di seggi parlamentari che, comunque, non garantiranno a nessuno una solida maggioranza.
Ma questa incertezza è in frutto di una radicalizzazione della politica che in Spagna, come nel resto d’Europa, rende difficilmente proponibile una coalizione tra popolari e socialisti, sul modello di quelle che per oltre mezzo secolo hanno garantito la governabilità e la stabilità di quasi tutti i paesi europei. Se infatti il Pp di Feijóo e il Psoe di Sanchez decidessero di coalizzarsi, avrebbero una larghissima maggioranza in Parlamento. E la Spagna non si troverebbe in ostaggio di piccole formazioni politiche in grado di ricattare il governo costringendolo a scelte azzardate.
Se veramente i politici spagnoli volessero dare ascolto ai loro elettori, questo è infatti il segnale arrivato ieri dalle urne. Il Partido popular riconquista i voti che, travolto dagli scandali, aveva perso nelle precedenti elezioni. Ma lo fa a discapito dell’estrema destra di Vox, il partito gemellato con FdI di Giorgia Meloni, che quasi dimezza i propri suffragi. I socialisti di Sanchez tengono e anzi aumentano i consensi che avevano. I loro alleati di estrema sinistra, una coalizione di quindici sigle, ottengono un risultato probabilmente inferiore a quello che Podemos aveva avuto, da solo, nel 2018.
Il nuovo panorama politico spagnolo vede un rafforzamento del centro, dei due maggiori partiti saldamente europeisti, e un indebolimento delle forze più estreme, clamoroso nel caso dei neofascisti di Vox. Ma i segnali che arrivano dalla politica sembrano non tenerne conto.
A Bruxelles si tira un sospiro di sollievo. Se il Partido Popular di Feijóo fosse stato in grado di formare una maggioranza con l’estrema destra di Vox, le posizioni violentemente anti-europeiste e contrarie a tutti i diritti civili dei neofascisti spagnoli, amici di Giorgia Meloni, avrebbero potuto condizionare pesantemente la linea dell’esecutivo proprio nel semestre in cui Madrid esercita la presidenza di turno della Ue. E il fatto che i nazional-sovranisti di Abascal siano comunque stati ridimensionati dal voto avrebbe avuto relativamente poca importanza, una volta che i loro deputati fossero risultati essenziali per la tenuta del governo.
Ma il sollievo europeo è moderato dal fatto che Sanchez, per cercare di formare una maggioranza, avrà comunque bisogno di raggranellare fino all’ultimo voto di indipendentisti e autonomisti baschi e catalani. Se pure riuscirà nell’impresa, il suo non sarà certo un esecutivo particolarmente forte. Il rischio di una crisi politica per la defezione di questo o quel partitino rimane. Come rimane il fatto che un futuro governo di sinistra sarà probabilmente costretto a fare concessioni a baschi e catalani che risulteranno impopolari per la maggioranza dell’opinione pubblica spagnola. Una maggioranza fragile alla guida della quarta potenza europea non è comunque una prospettiva particolarmente allettante.
Ma questa della polarizzazione politica è, appunto, la tendenza che si respira oggi in Europa. Proprio ieri, in Germania, il segretario della Cdu bavarese, Merz, ha aperto alla possibilità di coalizioni locali con i neonazisti di Afd. La sua posizione si sposa con quella di un altro esponente Cdu, il segretario del Partito popolare europeo Mafred Weber, che in più di una occasione ha schierato il Ppe a fianco dell’estrema destra rinnegando l’alleanza con socialisti, liberali e verdi che ha portato all’elezione di Ursula von der Leyen alla guida della coalizione.
Questa voglia dei democratici cristiani di guardare a destra e di considerarsi alternativi ai socialdemocratici è forse il dato più significativo dei nuovi equilibri politici europei. Ed è una tendenza che non prelude a niente di buono per l’Europa, nata e rafforzata proprio dalla coesistenza e dalla compatibilità delle due maggiori forze politiche del continente. Ieri, in Spagna, la svolta conservatrice sembra essere fallita per un pugno di voti. Domani, in Europa, potrebbe fallire ancora di stretta misura, se i sondaggi pre-elettorali saranno confermati dalle urne. Ma fino a quando le grandi forze storiche della democrazia europea non ritroveranno la voglia e la capacità di dialogare tra loro, il futuro, per tutti, sarà un po’ più incerto.