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Clima, consigli per i negazionisti

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Il dato, pure incontrovertibile, non agisce sul piano intellettuale né su quello emotivo. Con uno spirito fatalista o una statistica esistenziale alla buona, si corregge la paura. O meglio, la si evita
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C’è almeno una lettura che consiglierei a chi dice che «il caldo non è una gran notizia»; per esempio, al giornalista Andrea Giambruno e a molti suoi colleghi che, con sempre maggiore disinvoltura, sembrano avere intrapreso — se non una battaglia contro l’evidenza — una specie di spiritosa e cinica fiera del pressapochismo sul tema del cambiamento climatico.

Invito a recuperare un romanzo dello scrittore britannico J.G. Ballard, leggibile come una distopia solo fino a qualche tempo fa: sacche d’aria calda che esplodono verso l’alto come palloni aerostatici, nubi di vapore che annunciano piccoli tornado in miniatura e si abbattono sulle piante «sradicandole come fossero fiammiferi».

Il libro si chiama Il mondo sommerso: Ballard lo scrisse all’inizio degli anni Sessanta, prefigurando temperature quasi insostenibili in un paesaggio assediato dalle zanzare e ridotto a laguna per via dell’innalzamento del livello dei mari.

Il protagonista è un quarantenne come Giambruno (mi impres…

C’è almeno una lettura che consiglierei a chi dice che «il caldo non è una gran notizia»; per esempio, al giornalista Andrea Giambruno e a molti suoi colleghi che, con sempre maggiore disinvoltura, sembrano avere intrapreso — se non una battaglia contro l’evidenza — una specie di spiritosa e cinica fiera del pressapochismo sul tema del cambiamento climatico.

Invito a recuperare un romanzo dello scrittore britannico J.G. Ballard, leggibile come una distopia solo fino a qualche tempo fa: sacche d’aria calda che esplodono verso l’alto come palloni aerostatici, nubi di vapore che annunciano piccoli tornado in miniatura e si abbattono sulle piante «sradicandole come fossero fiammiferi».

Il libro si chiama Il mondo sommerso: Ballard lo scrisse all’inizio degli anni Sessanta, prefigurando temperature quasi insostenibili in un paesaggio assediato dalle zanzare e ridotto a laguna per via dell’innalzamento del livello dei mari.

Il protagonista è un quarantenne come Giambruno (mi impressiona ogni forma, anche tenue, larvata, di negazionismo soprattutto quando a farsene portatore non è un anziano); non è però un giornalista, dirige un laboratorio biologico e fa i conti con un mondo in cui «le temperature medie aumentavano di qualche grado ogni anno»: «Zone una volta temperate erano diventate tropicali, l’Europa e il Nord America si erano trovati schiacciati dalla morsa crescente delle ondate di caldo, con la temperatura che raramente scendeva al di sotto dei 35 gradi».

Facendo due passi appena fuori casa, a quasi 40 gradi, lungo una striscia di asfalto bollente, il neolettore di Ballard potrebbe supporre di essere stato suggestionato dalla potenza della letteratura. E invece è finito proprio in quel mondo che un visionario aveva immaginato sei decenni fa: benché si rifiuti di riconoscerlo.

L’epifania di un cambiamento, l’oscillazione verso il polo estremo che diventa sistematica, costante — l’estate torrida, il rogo devastante, la grandinata violenta, il nubifragio omicida (Repubblica di un anno fa: due morti per una tromba d’aria in Toscana…) — non bastano a prendere coscienza: c’è, in alcune menti, una resistenza diffidente che il visibile/tangibile non intaccano.

Il dato, pure incontrovertibile, non agisce sul piano intellettuale e tanto meno su quello emotivo: con uno spirito fatalista o una statistica esistenziale molto alla buona, si corregge la paura. O meglio, la si evita. Mettendosi al riparo in quella confortante, imperitura ma per certi versi nociva «chiacchiera sul clima» evocata da Ezio Mauro.

Raccontare agli umani i rischi («mostruosamente catastrofici») dell’innalzamento della temperatura di 4 gradi prima del 2100 non suscita nessuna autentica angoscia.

L’apocalisse che arriva subito e di colpo funziona bene nei filmoni, ma questa è un’apocalisse a rate, dilazionata; complottisti, terrapiattisti, scettici di varia natura la trovano poco persuasiva, poco coinvolgente. Né si rendono disponibili «all’atto di fede laica» che richiederebbe il riscaldamento globale: «prendere coscienza dei nostri limiti cognitivi e metterci nella condizione di superarli», scrive Fabio Deotto, autore di L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia. Ma come?

Lavorando a un romanzo, ho risalito i secoli incappando in stagioni estreme, piccole ere glaciali e calori distruttivi, capaci di fiaccare imperi, e sempre ho trovato comunità umane in cerca di ragioni metafisiche: bastava chiamarla “ira di Dio” per rassegnarsi, magari sentendosi in colpa (oggi qualche giornale ci allena alla spensieratezza e a lavarci la coscienza).

Prevale, a ogni modo, l’irrazionale: d’altra parte, qualche anno fa, i danni di un uragano sulla costa statunitense furono derubricati da una compagnia assicurativa come “atti di Dio”, per i quali non è prevista copertura.

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