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Migranti, le sfide di Meloni

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La conferenza internazionale su sviluppo e migrazione, svoltasi a Roma, ha chiuso una prima fase del nostro protagonismo mediterraneo
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La conferenza internazionale su sviluppo e migrazione svoltasi domenica 23 luglio alla Farnesina, alla presenza di oltre venti leader tra europei e rappresentanti della sponda Sud e dei Paesi del Golfo (quest’ultima novità da salutare con favore), ha in qualche modo chiuso una prima fase di nostro dichiarato protagonismo mediterraneo di questo avvio di legislatura.

Le visite bilaterali di questi mesi — anche in formato europeo — effettuate in Egitto, Algeria, Libia e Tunisia sono state accompagnate dal dibattito sulla dimensione esterna “mediterranea” negli ultimi Consigli europei. Ne è seguito il “richiamo al fronte Sud” della Nato a Vilnius.

Dopo aver svolto un ruolo propositivo in tutti questi passaggi il governo italiano ha così voluto in qualche modo sigillare tale fase con l’evento di domenica. Nel fare questo si è anche proposta una narrativa di possibile leadership “da Roma” — e conseguente assunzione di responsabilità — in quell’area.

Tale elemento, unitamente al…

La conferenza internazionale su sviluppo e migrazione svoltasi domenica 23 luglio alla Farnesina, alla presenza di oltre venti leader tra europei e rappresentanti della sponda Sud e dei Paesi del Golfo (quest’ultima novità da salutare con favore), ha in qualche modo chiuso una prima fase di nostro dichiarato protagonismo mediterraneo di questo avvio di legislatura.

Le visite bilaterali di questi mesi — anche in formato europeo — effettuate in Egitto, Algeria, Libia e Tunisia sono state accompagnate dal dibattito sulla dimensione esterna “mediterranea” negli ultimi Consigli europei. Ne è seguito il “richiamo al fronte Sud” della Nato a Vilnius.

Dopo aver svolto un ruolo propositivo in tutti questi passaggi il governo italiano ha così voluto in qualche modo sigillare tale fase con l’evento di domenica. Nel fare questo si è anche proposta una narrativa di possibile leadership “da Roma” — e conseguente assunzione di responsabilità — in quell’area.

Tale elemento, unitamente al coerente allineamento del governo in sede Nato e G7 (e ovviamente anche Ue) circa il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina verrà presumibilmente valorizzato dalla premier nelle prossime ore alla Casa Bianca.

Il tutto finalizzato anche ad un’interlocuzione con il presidente Biden che consenta un’agenda comprensiva di alcune nostre sensibilità. Ad esempio, una buona parola di Washington sulla Tunisia al Fondo monetario. Ma anche verso maggiori “attenzioni” statunitensi, anche di ordine economico, nei nostri confronti. Tanto più nel caso dovesse imprimersi un’accelerazione dell’aspettativa della Casa Bianca di non rinnovare il memorandum sulla Via della Seta sottoscritto con Pechino nel marzo del 2019.

Maggiori investimenti “transatlantici” nella penisola, del resto, sarebbero anche strategicamente plausibili. L’Italia, anche dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, rimane geograficamente una piattaforma logistica di rilevanza primaria.

Tornando al neo-battezzato “processo di Roma”, parte (o evoluzione?) del cosiddetto “piano Mattei”, si sono immediatamente polarizzati i commenti tra cantori del successo ed esegeti del fallimento. Tale semplificazione è in contrasto con un esercizio chiamato a “gestire la complessità”, esercizio peraltro allo stadio iniziale.

Il lancio di un dialogo strutturato con i Paesi coinvolti nel processo, sia nella componente bilaterale sia nel formato Ue/Tunisia (definito un “modello” dalla presidente della Commissione von der Leyen) si troverà infatti confrontato nel breve e medio periodo con una difficoltà oggettiva e con due autentiche sfide, il cui superamento o meno — quello sì — consentirà di trarne appropriate valutazioni.

L’oggettiva difficoltà è rappresentata dalla particolare caratura degli interlocutori nordafricani. Basta evocare ad esempio la figura del presidente tunisino “solo al comando” Kaïs Saïed per avere la dimensione di quanto tale dialogo necessiti di profondità, continuità, pazienza negoziale e forse anche di qualche elemento di creatività “contrattuale”. Anche gli interlocutori degli altri Paesi, vuoi per condizioni interne (Libia) o contingenze emergenziali di tipo alimentare (Egitto), dovranno essere convinti a collaborare concretamente sulla base di due elementi che rappresentano le vere sfide.

Il primo è la capacità concreta di “mobilizzare una massa critica di risorse” tale da garantire quegli investimenti (sia pubblici sia privati) e quel partenariato economico nei vari settori in grado di prospettare un salto di qualità.

Vale la pena ricordare a tale riguardo che parte dell’azione esterna della Ue, al di là dell’uso dei limitati fondi di bilancio gestiti dalla Commissione, si concretizza attraverso iniziative dei singoli Paesi membri. Ha dunque natura intergovernativa piuttosto che comunitaria. Motivo in più per dare al “processo di Roma” un carattere inclusivo degli altri Stati membri dell’Unione, soprattutto di quelli che pur essendo di “movimento secondario” (con migranti che arrivano da altri Stati membri della Ue) rappresentano per tutti coloro che fuggono dai loro Paesi un obiettivo primario e non secondario. In primis Francia e Germania.

Il secondo elemento della sfida è la “continuità”. E dunque la durata nel tempo di questa iniziativa, presentata come “sistemica”.

Un governo di (molto probabile) legislatura ha la possibilità di dare profondità temporale alla sua azione più che in passato. La continuità, tra l’altro, rappresenta uno degli elementi principali della credibilità di un Paese nel contesto europeo e nel sistema internazionale in generale. Non riuscire a farlo sarebbe esiziale. Tanto più che le sfide evocate occuperanno tutti oltre la durata di una singola legislatura.

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