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Spagna-Italia, Meloni di fronte al dilemma

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La premier può restare a fianco di Vox, nonostante la sconfitta, oppure può fare di Fratelli d’Italia un partito conservatore, certo, ma non estremista, alleato in Europa dei Popolari
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Dopo le elezioni spagnole si pone per Giorgia Meloni un preciso dilemma politico. Può continuare a restare a fianco di Vox nonostante la sconfitta che colloca il partito filo-franchista tra il 12 e il 13 per cento. Oppure può proseguire lungo la strada seguita fin qui, pur tra varie contraddizioni, con l’obiettivo di fare di Fratelli d’Italia un partito conservatore, certo, ma non estremista, alleato in Europa dei Popolari.

Alla presidente del Consiglio non manca quel tanto di spregiudicatezza che le permette di correggere la rotta in nome di un’evidente convenienza. Lo si è visto con l’ungherese Orbán: fino a un anno fa era il suo interlocutore privilegiato, oggi è finito nel cono d’ombra. La ragione principale è il sostegno offerto da Budapest alla Russia nella guerra ucraina, quando il nostro governo di centrodestra segue la linea atlantica di appoggio senza mezzi termini a Zelensky.

In Spagna abbiamo invece assistito a uno spettacolo abbastanza incoerente. Una Meloni già sa…

Dopo le elezioni spagnole si pone per Giorgia Meloni un preciso dilemma politico. Può continuare a restare a fianco di Vox nonostante la sconfitta che colloca il partito filo-franchista tra il 12 e il 13 per cento. Oppure può proseguire lungo la strada seguita fin qui, pur tra varie contraddizioni, con l’obiettivo di fare di Fratelli d’Italia un partito conservatore, certo, ma non estremista, alleato in Europa dei Popolari.

Alla presidente del Consiglio non manca quel tanto di spregiudicatezza che le permette di correggere la rotta in nome di un’evidente convenienza. Lo si è visto con l’ungherese Orbán: fino a un anno fa era il suo interlocutore privilegiato, oggi è finito nel cono d’ombra. La ragione principale è il sostegno offerto da Budapest alla Russia nella guerra ucraina, quando il nostro governo di centrodestra segue la linea atlantica di appoggio senza mezzi termini a Zelensky.

In Spagna abbiamo invece assistito a uno spettacolo abbastanza incoerente. Una Meloni già saldamente a Palazzo Chigi, e quindi ormai avviata alla trasformazione che le ha permesso di stringere un legame con Ursula von der Leyen e con la Cdu-Csu tedesca (corrente Weber), e tuttavia fieramente dalla parte di Abascal come quando era ancora all’opposizione. Una singolare ostinazione che non si è ripetuta in altri scenari europei.

Ovviamente c’era un sentimento di lealtà verso un amico, un coetaneo, ma forse soprattutto il desiderio di non spezzare del tutto le proprie radici politiche già compromesse altrove.

Oppure è stato semplicemente un calcolo sbagliato: l’idea che Vox e i popolari fossero davvero in grado di conquistare la maggioranza assoluta, come i sondaggi avevano a lungo previsto, permettendo che a Madrid s’insediasse un esecutivo alleato di Roma nella politica mediterranea ed europea.

Con il senno di poi, è facile riconoscere che i più affini alla Meloni governativa di oggi sono i popolari di Núñez Feijóo, il partito che ha colorato d’azzurro buona parte della mappa spagnola.

Se non si fosse presentato con un leader del tutto anti-carismatico — sul genere del tedesco Armin Laschet che non seppe confortare i popolari tedeschi orfani di Angela Merkel — la vittoria sarebbe stata forse più altisonante. Ma già in queste condizioni gli spagnoli si collocano a destra nella galassia dei popolari europei e sono destinati a intendersi con i Fratelli d’Italia.

S’intende, la premier italiana dovrà dimostrare che il suo cammino continua a passi spediti verso un conservatorismo alieno dagli estremismi populisti che erano tipici di Meloni-Uno.

Non è facile per lei riconoscersi quale espressione italiana, in una chiave di destra moderata, del Partito Popolare europeo: perché di questo in fondo si tratta.

Almeno non lo è prima delle elezioni europee del 2024. Il gruppo dei Conservatori serve appunto a questo: a favorire l’insediamento nell’Unione “dell’anomalia” italiana, purché emendata dalla retorica ultra-identitaria di Vox e simili.

Più che rovesciare gli equilibri europei l’anno prossimo, tutto lascia presumere che lo scopo di Giorgia Meloni sia di guadagnarsi uno spazio sicuro nell’establishment europeo e di consolidare le sue radici in Italia.

Gli avvenimenti di questa settimana, certo disturbati dall’esito del voto spagnolo, servono nelle intenzioni a rafforzare questa prospettiva. O questa ambizione.

Prima la conferenza sui migranti e sul rapporto con l’Africa, a cui non è stata invitata la Francia per segnalare una ripresa dell’iniziativa autonoma dell’Italia. Poi la visita ufficiale a Washington, momento cruciale per definire il profilo internazionale della Roma del centrodestra: anche rispetto alla Cina.

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