Una volta all’anno, gli economisti del Fondo monetario internazionale fanno visita all’Italia, incontrano chi muove le leve della politica economica del Paese, come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, e raccolgono informazioni da cui ricavano un report che viene poi discusso, una volta tornati a casa, con il consiglio direttivo, e infine pubblicato.
Si chiama Article IV ed è una sorta di analisi del sangue del Paese. L’ultimo di questi è stato accolto con grande entusiasmo perché ha alzato dello 0,4% le stime di crescita dell’Italia per l’anno in corso, portandole all’1,1%, una sorta di medaglia perché è un risultato migliore di quello di Francia e Germania.
Ma è anche un report che ha messo in fila una dietro l’altra tutta una serie di ammonizioni che mostrano come l’Italia stia più che altro godendo di una fortunata congiuntura e non si possa sedere sugli allori perché il rischio è che il suo debito, uno dei pegg…
Una volta all’anno, gli economisti del Fondo monetario internazionale fanno visita all’Italia, incontrano chi muove le leve della politica economica del Paese, come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, e raccolgono informazioni da cui ricavano un report che viene poi discusso, una volta tornati a casa, con il consiglio direttivo, e infine pubblicato.
Si chiama Article IV ed è una sorta di analisi del sangue del Paese. L’ultimo di questi è stato accolto con grande entusiasmo perché ha alzato dello 0,4% le stime di crescita dell’Italia per l’anno in corso, portandole all’1,1%, una sorta di medaglia perché è un risultato migliore di quello di Francia e Germania.
Ma è anche un report che ha messo in fila una dietro l’altra tutta una serie di ammonizioni che mostrano come l’Italia stia più che altro godendo di una fortunata congiuntura e non si possa sedere sugli allori perché il rischio è che il suo debito, uno dei peggiori al mondo, la sommerga.
Il Fondo monetario suggerisce all’esecutivo di abbassarlo, gestendo bene la macchina amministrativa, ovvero spendendo meno di quello che incassa. Il Fondo consiglia all’Italia, che tra il 2020 e il 2022 ha avuto un deficit medio dell’8,9%, di centrare un surplus primario pari al 3% del Pil, almeno a partire dal 2025, perché se le spese, comprese le agevolazioni fiscali, crescessero tra l’1 e il 2%, rimarrebbe comunque un buon margine per gli investimenti, necessari per la crescita, e per la riduzione del debito.
Come realizzare tutto questo? Il governo Meloni dovrebbe sostanzialmente attuare due misure strutturali: una riforma fiscale che aumenti il gettito dello Stato e una riforma pensionistica che abbassi la spesa corrente.
Potremmo fermarci qui e chiunque capirebbe come ciò che chiede il Fondo sia in completa antitesi con quello che il governo va dicendo o ha in mente di fare. Perché sono due scelte coraggiose che chiedono sacrifici a chi li ha votati.
Non che il Fondo sia stato tenero con chi ha preceduto Giorgia Meloni, perché sottolinea come negli ultimi 10-15 anni non solo non siano state completate le riforme strutturali necessarie, ma siano addirittura esplose la spesa sociale e le agevolazioni fiscali di ogni sorta. Ora però tocca all’attuale governo agire.
L’approccio suggerito dall’Fmi consentirebbe di ridurre il rapporto tra debito e Pil oggi al 145% al 130% entro il 2028. E «se combinato — sogna l’Fmi — con una partecipazione al lavoro degli italiani più in linea con le percentuali europee, con un salto di qualità dell’immigrazione o con una più alta crescita dell’economia, il debito potrebbe scendere al 90% del Pil in 20 anni».
Lasciando da parte le fantasie di lungo periodo, è comunque chiaro che la riforma fiscale che il governo Meloni sta portando avanti non va nella direzione che vorrebbe il Fondo monetario. E lo dicono gli stessi economisti del Fondo.
La flat tax, verso la quale il governo dice di voler andare, non permette certo di aumentare le entrate fiscali, anzi «comporta — scrivono — una significativa perdita di gettito». E per di più è contraria alla tanto raccomandata equità e progressività del fisco.
Nemmeno sulla lotta all’evasione c’è accordo: i condoni e l’abolizione del tetto ai contanti che il governo ha avallato «non sono utili» per rafforzare la riscossione delle entrate. Servirebbe certo razionalizzare le agevolazioni fiscali che costano circa il 6% del Pil in termini di mancato gettito, ma fino ad ora il viceministro Maurizio Leo non ha ancora indicato come intende agire.
Figuriamoci poi se l’attuale governo ascolterà il Fondo che chiede di aggiornare i valori del catasto, fermi agli anni ’80, un’operazione che favorirebbe un trattamento fiscale più equo.
Idem per la riforma delle pensioni. Salvini e Meloni sono da sempre contrari alla riforma Fornero. E non hanno mai perso occasione per dire di volerla cambiare. Quella riforma andava nel senso voluto dal Fondo monetario, aveva cioè l’obiettivo di ridurre la spesa pensionistica.
Le pensioni oggi costano al bilancio il 16% del Pil, contro una media dell’area dell’euro di circa il 13%. E si prevede che la spesa aumenterà nei prossimi 25 anni con l’invecchiamento della popolazione, peggiorando il debito nel medio-lungo periodo.
Per invertire questo trend, il governo dovrebbe innanzitutto evitare qualsiasi prepensionamento anticipato (le famigerate quote che si susseguono ad ogni legge di bilancio), ma soprattutto aumentare l’età pensionabile attualmente inferiore ai 64 anni e portarla almeno a 67 anni. E contestualmente abbassare le pensioni future, riducendole a un valore più o meno pari al 50% dell’ultimo salario.
Ora Salvini o Meloni avranno il coraggio di annunciare un aumento dell’età pensionabile, una riduzione delle pensioni, una riforma del catasto, un inasprimento all’uso del contante o uno stop ai condoni?
Nella risposta a questa domanda sta il motivo per cui l’Article IV del Fmi mentre da una parte alza le stime per l’anno in corso, dall’altra ammonisce che nel lungo periodo siano maggiori i rischi di ribasso per l’economia italiana.