Se vacilla il Niger, perno della sicurezza occidentale in Africa
di Luca RaineriCaro Direttore,
in Niger è in corso un colpo di Stato militare. Nella confusione alimentata da comunicazioni calmierate o distorte da bot maliziosi, restano da chiarire le cause e le dinamiche esatte di un evento ancora in divenire. Ma le conseguenze del probabile rovesciamento del governo di Mohamed Bazoum — presidente della Repubblica democraticamente eletto nel 2021 — potrebbero avere ripercussioni strategiche di amplissima portata.
Sarebbe quindi un errore confinare il golpe in Niger nella rubrica delle periodiche sommosse esotiche in contrade remote tutto sommato irrilevanti. Checché ne possano pensare gli epigoni di Donald Trump — che con il consueto garbo ebbe a definire il Paese a «shithole country» — il Niger è diventato infatti il perno del dispositivo di sicurezza occidentale in Africa.
Il Niger si trova al centro di vettori strategici che nell’ultimo decennio hanno scalato le priorità delle cancellerie occidentali. Le periferie del Paese sono insidiate da insurrezioni j…
Caro Direttore,
in Niger è in corso un colpo di Stato militare. Nella confusione alimentata da comunicazioni calmierate o distorte da bot maliziosi, restano da chiarire le cause e le dinamiche esatte di un evento ancora in divenire. Ma le conseguenze del probabile rovesciamento del governo di Mohamed Bazoum — presidente della Repubblica democraticamente eletto nel 2021 — potrebbero avere ripercussioni strategiche di amplissima portata.
Sarebbe quindi un errore confinare il golpe in Niger nella rubrica delle periodiche sommosse esotiche in contrade remote tutto sommato irrilevanti. Checché ne possano pensare gli epigoni di Donald Trump — che con il consueto garbo ebbe a definire il Paese a «shithole country» — il Niger è diventato infatti il perno del dispositivo di sicurezza occidentale in Africa.
Il Niger si trova al centro di vettori strategici che nell’ultimo decennio hanno scalato le priorità delle cancellerie occidentali. Le periferie del Paese sono insidiate da insurrezioni jihadiste che avanzano dai Paesi limitrofi. Sussiste il timore che il Niger possa diventare terreno di competizione o fronte di saldatura per le proiezioni dello stato islamico in fuga dalla Libia, di Boko Haram e delle sue metamorfosi dalle rive del lago Ciad, e delle franchise saheliane di al-Qaeda dal Mali e dal Burkina Faso.
Il Niger è altresì uno snodo centrale delle rotte migratorie che collegano l’Africa occidentale al Mediterraneo. La porosità dei confini libici ha quindi riconfigurato il Niger come avamposto esternalizzato delle politiche (anti-)migratorie dell’Unione sul fronte meridionale — allo stesso titolo del ruolo svolto dalla Turchia sul fronte orientale.
Infine, il Niger ha saputo proporsi come baluardo di democrazia in una regione strategica e contesa — a cavallo fra Sahel, Sahara e Nord-Africa — che dal 2020 è scossa da un’ondata di golpe militari e svolte autoritarie, dal Mali al Burkina Faso, dal Ciad all’Algeria. La rimessa in discussione delle istituzioni liberali ha spesso coinciso con quella dell’egemonia occidentale, aprendo la strada alla crescente influenza in Africa dei competitor strategici di Europa e Stati Uniti — Russia in primis.
Cavalcando la retorica del consolidamento democratico, il Niger ha saputo intercettare le simpatie dell’Occidente e proporsi come imprescindibile partner di stabilizzazione della regione.
Gli Usa vi hanno investito cospicuamente, dispiegando nel Paese aviazione, droni, forze speciali e convenzionali. L’Unione Europea ha moltiplicato gli aiuti allo sviluppo, e avviato due missioni di sostegno alle forze di sicurezza, una civile e una militare di ultima generazione — quest’ultima a guida italiana.
La Francia ha riposizionato in Niger il proprio dispositivo militare regionale, evacuato dai vicini Mali e Burkina Faso a causa della crescente ostilità dei regimi (golpisti) locali. E dal 2018, i circa 300 uomini della forza Misin rappresentano il più numeroso contingente italiano sul continente.
Sebbene l’esito del golpe di Niamey sia ancora da confermare nel momento in cui questo articolo va in stampa, si assottigliano di ora in ora le chance di sopravvivenza del governo di Bazoum, intrappolato nel palazzo presidenziale, e tradito dai vertici militari.
Dalle testimonianze di solidarietà dei leader occidentali trapela un’impotenza carica di incognite. Salvo un improbabile ripristino immediato dell’ordine costituzionale, tre principali scenari strategici si delineano all’orizzonte:
A) un prolungato stallo rischierebbe di precipitare il Paese in un cruento conflitto civile fra lealisti e ribelli, non dissimile da quanto sta avvenendo in Sudan. Le conseguenze per la popolazione sarebbero drammatiche, e l’onda lunga della destabilizzazione regionale non tarderebbe ad abbattersi sulle coste del Mediterraneo;
B) il rapido successo del golpe priva i partner occidentali di un interlocutore affidabile e innesca il ritiro del supporto militare per manifesta divergenza strategica. Privi di sostegno, e preoccupati della perpetuazione del proprio potere, non è improbabile che i golpisti nigerini finiranno per domandare ai colleghi maliani che li hanno preceduti il numero di telefono di Evgenij Prigozhin;
C) la cristallizzazione del golpe convince i partner occidentali ad adottare un approccio “pragmatico”. Si mandano in soffitta le pregiudiziali democratiche — su cui ci impuntiamo a Kiev, sempre meno in Africa — e si imbastisce un rapporto cooperativo con le nuove autorità nigerine ispirato al copione tunisino: avrete il nostro aiuto, purché Mosca resti lontana da voi e i migranti lontani da noi, whatever it takes.
Difficile dire quale sarebbe lo scenario peggiore per l’Italia e per l’Europa.
L’autore è ricercatore in studi di sicurezza alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa