Per una straordinaria coincidenza, poco prima che Giorgia Meloni varcasse la soglia della Casa Bianca, il presidente italiano e quello americano lanciavano allarmi simili e convergenti sull’emergenza climatica. Biden affermando che il cambiamento climatico è una «minaccia esistenziale», ovvero mette in discussione la stessa sopravvivenza dell’umanità sul Pianeta. E Mattarella, con una sconfessione palese dei negazionisti climatici che ancora resistono a destra, definendo «sorprendenti» le discussioni sul livello di allarme legato al clima.
Non sappiamo se la crisi ambientale che stiamo vivendo sia entrata anche nelle conversazioni dello Studio Ovale, ma di certo il comportamento del governo italiano in merito appare ancora ondivago, le sue politiche contraddittorie, l’attenzione sporadica e pressoché assente.
La conferma la si è avuta guardando i risultati della cabina di regia che ha riscritto gli impegni e le scadenze del Piano nazionale di ripresa e resilienza, definanz…
Per una straordinaria coincidenza, poco prima che Giorgia Meloni varcasse la soglia della Casa Bianca, il presidente italiano e quello americano lanciavano allarmi simili e convergenti sull’emergenza climatica. Biden affermando che il cambiamento climatico è una «minaccia esistenziale», ovvero mette in discussione la stessa sopravvivenza dell’umanità sul Pianeta. E Mattarella, con una sconfessione palese dei negazionisti climatici che ancora resistono a destra, definendo «sorprendenti» le discussioni sul livello di allarme legato al clima.
Non sappiamo se la crisi ambientale che stiamo vivendo sia entrata anche nelle conversazioni dello Studio Ovale, ma di certo il comportamento del governo italiano in merito appare ancora ondivago, le sue politiche contraddittorie, l’attenzione sporadica e pressoché assente.
La conferma la si è avuta guardando i risultati della cabina di regia che ha riscritto gli impegni e le scadenze del Piano nazionale di ripresa e resilienza, definanziando quasi 16 miliardi di progetti legati in gran parte all’ambiente, al dissesto idrogeologico, alla gestione del rischio di alluvione, all’idrogeno, al verde urbano ed extraurbano. A dispetto di quanto la premier Meloni aveva assicurato, appena due giorni prima, sulla necessità di varare «un grande piano di prevenzione idrogeologico», la prima decisione operativa è di fatto un maxi-taglio proprio su quei settori.
Certo, il ministro Raffaele Fitto si è sgolato per spiegare che non si tratta di un colpo d’accetta, che quei progetti verranno finanziati in futuro in altro modo con i fondi di coesione e con il fondo nazionale che procederà di pari passo al Pnrr. Ma siamo in Italia: intanto i tagli arrivano ora e per il futuro zero garanzie… bisogna fidarsi del governo e delle sue promesse.
Il tutto mentre la premier, nonostante un’estate che sta sbriciolando uno dopo l’altro tutti i record negativi sul caldo, ancora non riesce a trovare le parole per prendere una posizione chiara e netta su questo tema, per indicarlo alle forze politiche come una priorità nazionale, su cui indirizzare gli sforzi del Paese e del sistema produttivo.
Ma se non vuole ascoltare Biden o Mattarella, la premier potrebbe almeno leggere quello che dicono i governatori della sua parte politica, Zaia e Schifani, o persino il suo ministro della Protezione civile Musumeci, che forse in quanto siciliano ha capito la gravità della situazione e quanto sia urgente cambiare subito rotta. Ma per riuscirci, per convertire al green l’economia e mettere in sicurezza il territorio, è indispensabile usare al meglio il Pnrr.
E qui vengono a galla i problemi di fondo. Perché la verità è che il Pnrr nasce sotto l’influsso maligno di una doppia aporia. La prima è legata alla genesi stessa del Next Generation Eu. L’Unione europea, nel rispondere alla pandemia da Covid-19, ha trovato un suo straordinario momento di avanzamento e di integrazione varando un gigantesco piano di ripresa — il Recovery Plan — finanziato con debito comune.
È stato definito momento Hamilton, dal nome dell’allora segretario al Tesoro americano che mutualizzò il debito delle 13 colonie britanniche che si erano ribellate alla corona inglese. Fu l’alba di quella grande nazione federale che diventeranno gli Stati Uniti d’America.
Normale e scontato che una forza fino a ieri antieuropea e sovranista come Fratelli d’Italia abbia da subito guardato con ostilità a questa prospettiva federale, di cui Next Generation Eu è appunto il frutto più concreto (che per noi vale, ricordiamocelo, 5 volte il mitico Piano Marshall). Ora però la leader di quel partito si trova a gestire questa partita in prima persona.
La seconda aporia è legata alla natura dei governi che hanno preceduto l’attuale nella nascita e nella gestione del Pnrr.
Il governo che lo contrattò con l’Europa era di centrosinistra, quello che lo scrisse era un governo di unità nazionale a cui FdI si opponeva. Meloni, insomma, ha sul tavolo un piano in cui non ha mai creduto, che ha avversato fin dalla sua gestazione iniziale e che ora è “costretta” a portare avanti.
Anche perché, come ci ha ricordato il Fondo monetario internazionale, alla realizzazione pronta e sollecita del Pnrr è legata la speranza della crescita italiana e la sostenibilità del nostro debito pubblico nel lungo periodo.
Come uscire da questa doppia aporia? Seguendo il Nord nella bussola indicata ieri da Sergio Mattarella. «Un eventuale insuccesso o un risultato solo parziale non sarebbe visto come sconfitta del governo, ma di tutta l’Italia. Così sarebbe interpretato fuori dai confini e così sarebbe la realtà».
E tuttavia la precondizione per mettersi tutti «alla stanga», come diceva Einaudi, è che il governo smetta di guardare al Pnrr come alla cicuta da dover bere per forza, perché ci “obbliga” l’Europa matrigna, chieda alle opposizioni un coinvolgimento vero e sincero, ascolti la voce preoccupata dei sindaci che devono applicarlo nel concreto. E la smetta finalmente di scaricare su chi c’era prima la responsabilità delle proprie inefficienze.