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Cultura, quando la sinistra è in vacanza

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Ci sarebbe la rivoluzione di piazza, di fronte al colpo di mano della destra su scuola, cinema e tv. Invece, le consuete foto dei tramonti su Instagram. La classe culturalmente egemone è al mare
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Ma magari ci fosse, la famosa egemonia culturale della sinistra. Perché se ci fosse, se i cittadini elettori fossero pervasi, imbevuti, impregnati persino inconsapevolmente di un pluridecennale martellamento di un pensiero unico, egemone, stamattina ci sarebbe la rivoluzione. La rivolta di popolo, proprio. E invece niente.

Certo, direte. Il pensiero unico è prerogativa della destra e delle dittature, è un vizio costituivo dei regimi che sempre tali sono, anche quando nascono sotto insegne che non siano brune. Si riconoscono anzi persino da lontano e a colpo d’occhio, i regimi di ogni colore, da questo: il pensiero unico, e la galera per i dissidenti. La gogna, la morte, l’esilio.

La sinistra occidentale tardo novecentesca ha prodotto infinite democratiche varietà, invece. Un orto botanico dai mille esemplari. Sfumature impercettibili, differenze sottilissime, faide interne e incarognimenti ereditari di filoni di pensiero grosso modo indistiguibili ma invece eccome, accidenti se fra …

Ma magari ci fosse, la famosa egemonia culturale della sinistra. Perché se ci fosse, se i cittadini elettori fossero pervasi, imbevuti, impregnati persino inconsapevolmente di un pluridecennale martellamento di un pensiero unico, egemone, stamattina ci sarebbe la rivoluzione. La rivolta di popolo, proprio. E invece niente.

Certo, direte. Il pensiero unico è prerogativa della destra e delle dittature, è un vizio costituivo dei regimi che sempre tali sono, anche quando nascono sotto insegne che non siano brune. Si riconoscono anzi persino da lontano e a colpo d’occhio, i regimi di ogni colore, da questo: il pensiero unico, e la galera per i dissidenti. La gogna, la morte, l’esilio.

La sinistra occidentale tardo novecentesca ha prodotto infinite democratiche varietà, invece. Un orto botanico dai mille esemplari. Sfumature impercettibili, differenze sottilissime, faide interne e incarognimenti ereditari di filoni di pensiero grosso modo indistiguibili ma invece eccome, accidenti se fra quello e quello la differenza c’è.

Incompatibili, tizio e caio non si parlano. I loro seguaci si ignorano, appena possono si elidono a vicenda. Non si votano reciprocamente nelle tenzoni letterarie, si eliminano l’un l’altro dai programmi teatrali e dai cartelloni dei festival, dai palinsesti tv. Dimmi prima chi c’è: ah, se c’è quella non vengo.

Esattamente come in politica, e difatti. La storia della sinistra politica non c’è bisogno di riassumerla qui, ha dato i frutti che ci governano.

Ci sarebbe la rivoluzione di piazza, se ci fosse davvero della sinistra l’egemonia culturale, di fronte al colpo di mano della destra all’indisturbato assalto di scuole, cineteche nazionali, enti lirici e fondazioni, filarmoniche, stazioni radio, canali tv e bande di paese. Invece, le consuete foto dei tramonti, piedi nudi sul bagnasciuga, cocktail con lo spicchio di arancia su Instagram.

La classe culturalmente egemone è al mare, evidentemente, d’altra parte fa caldo. Un normale caldo estivo, informa la tv di governo.

Ad onor del vero tra i dissidenti qualcuno è anche al lavoro, il suo: e di nuovo, se hai da chiudere un libro, da girare un film, da inaugurare una rassegna o ritirare un premio come fai?

Impossibile disperdere energie. Puoi tutt’al più firmare un appello, sai cosa gliene importa a quelli delle raccolte notevolissime di firme. Mille, duemila, anche cinquemila. Niente, e difatti.

Bisognerebbe forse concludere che le raccolte di firme non servono, autocertificano l’appartenenza al club dei giusti e generano clic sulle piattaforme che le ospitano ma non fermano un disegno di legge, un decreto.

Ci vorrebbe per questo una classe politica di opposizione coesa, sensibile alle istanze del suo popolo di riferimento, dei lavoratori e dei maestri del pensiero, in grado di farsi sì egemone e dunque di essere votata dalla maggioranza del Paese, ma appunto: non c’è.

Ci sono rari intellettuali, sempre meno, qualche giornalista onesto qualche artista non di filiera, sempre meno, qualche voce sonora ma isolata. Altro che egemonia, una Caporetto.

E dunque, con naturalezza e frequenza pari alle inondazioni, agli incendi e ai normalissimi tornadi che devastano campagne e città, arrivano fra luglio e agosto le prese di Palazzo.

La più clamorosa è quella del Centro sperimentale di cinematografia, ne abbiamo parlato dal primo minuto con grande apprensione inutilmente, si sono mobilitati artisti e associazioni, inutilmente, persino Nanni Moretti, uno che per come lo conosco firma a malincuore anche il suo passaporto, l’ha definita «violenta e rozza».

Inutilmente, perché l’emendamento è stato approvato dalla maggioranza, l’attuale dirigenza fatta fuori con quasi due anni di anticipo con annesso pestaggio mediatico della presidente Marta Donzelli, persona di mitezza e generosità inconsuete.

Accade su proposta della Lega, lo ripeto per l’ennesima volta, il contrario di quel che nel ’98 successe quando il decreto Veltroni sottrasse all’influenza politica (non del tutto, abbastanza) e alla malagestione dei ministeri alcune tra le massime istituzioni culturali del Paese fra cui la Biennale di Venezia, che difatti — da Fondazione, ente di diritto privato — è rifiorita e produce profitti.

Al contrario, oggi si lottizzano la scuola di cinema e la cineteca nazionale, patrimonio comune del Paese, riportando la fondazione sotto il controllo di tre, forse quattro — se ho ben capito — ministeri: ma perché non sei, accidenti, sarebbe stata una gara di ingegni e funzionari.

Anche i docenti, per interposta nomina, saranno indicati dalla politica. Bene. La famosa autonomia scolastica. Una modifica di Statuto è per sempre, o per moltissimo.

Quelli che piangono la lottizzazione della Rai — tutti, sempre, la piangono — sono gli stessi che non solo non bonificano dalla mano pubblica la tv di Stato ma prendono, pezzo dopo pezzo, decreto dietro decreto, quel che resta da prendere.

A proposito di Rai. L’ultima è che il sovranista complottista e negazionista anche climatico Marcello Foa, non mi attardo nella biografia, è in rete, avrà a disposizione lo spazio radiofonico che fu Forrest. Potrà così diffondere le sue interessanti teorie, seguitele sui social.

È stato cancellato il programma, già registrato, di Roberto Saviano — Insider, faccia a faccia con il crimine — per una sorta di par condicio con la mutilazione dei pareri di Filippo Facci. Anche qui: fatevi voi la vostra idea, andate a rintracciare le storie di vita e le opere.

Ma questo in fondo è normale: essendo la Rai appunto una fucina di lottizzazione per cui se non sei “di qualcuno” non sei nessuno è del tutto ovvio, da sempre, che i nuovi titolari insedino i propri ed eliminino gli altri, che a loro volta da qualcuno furono insediati.

Bisognerebbe, appunto, fare il contrario di quel che la destra fa: sottrarre la cultura e l’informazione al controllo della politica, farle governare — che incredibile ingenua proposta — per esempio da una Fondazione. Ma no.

L’ex amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, indicato al tempo dal ministro Franceschini, dunque dalla sinistra, è appena approdato al San Carlo di Napoli in virtù di un decreto ad personam che ha liquidato il sovrintendente precedente, con la grazia della destra.

Restano da assegnare altri teatri pubblici, tra cui quelli di Roma Capitale, centinaia di centri studi, migliaia di filarmoniche, decine di festival.

Certo, se non ci fosse l’egemonia culturale della sinistra ci sarebbe da preoccuparsi ma va bene così. Fa caldo, Instagram pullula di amache e di piedi, Giorgia Meloni carezza la mano di Joe Biden e si fotografa con Kissinger. Dai, non va male. Dei dettagli — la scuola, i saperi — riparliamo a settembre.

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