Ieri l’altro il governo ha annunciato, finalmente, le proposte di modifica del Pnrr che sottoporrà alla Commissione Europea. La giustificazione per le modifiche, resa necessaria dall’articolo 21 del rilevante regolamento europeo che in linea di principio richiede precise condizioni per ogni cambiamento, è che un numero di misure originariamente concordate sono diventate impossibili da realizzare per motivi oggettivi. Vedremo se la Commissione accetterà le giustificazioni e le relative proposte, ma sarei stupito se sollevasse enormi obiezioni in un anno pre-elettorale in cui i vertici della Commissione stessa cercheranno probabilmente di evitare scontri con uno dei più grandi paesi dell’Unione. Fra l’altro ieri Bruxelles ha staccato l’assegno per la terza rata e ha accettato i cambiamenti proposti dall’Italia per la quarta rata. E poi, a dire il vero, i cambiamenti non sono enormi, almeno da un punto di vista finanziario: si tolgono dal Pnrr progetti che valgono 16 miliardi, poco più d…
Ieri l’altro il governo ha annunciato, finalmente, le proposte di modifica del Pnrr che sottoporrà alla Commissione Europea. La giustificazione per le modifiche, resa necessaria dall’articolo 21 del rilevante regolamento europeo che in linea di principio richiede precise condizioni per ogni cambiamento, è che un numero di misure originariamente concordate sono diventate impossibili da realizzare per motivi oggettivi. Vedremo se la Commissione accetterà le giustificazioni e le relative proposte, ma sarei stupito se sollevasse enormi obiezioni in un anno pre-elettorale in cui i vertici della Commissione stessa cercheranno probabilmente di evitare scontri con uno dei più grandi paesi dell’Unione. Fra l’altro ieri Bruxelles ha staccato l’assegno per la terza rata e ha accettato i cambiamenti proposti dall’Italia per la quarta rata. E poi, a dire il vero, i cambiamenti non sono enormi, almeno da un punto di vista finanziario: si tolgono dal Pnrr progetti che valgono 16 miliardi, poco più dell’8% del totale, non proprio una rivoluzione. L’impianto del Pnrr è ancora quello di Draghi, per fortuna.
I cambiamenti però sono sempre complicati, perché aspettative che erano state create andranno disattese. A livello complessivo tre sono i cambiamenti più rilevanti.
Il primo riguarda le responsabilità di gestione della spesa tra diversi enti pubblici: si spostano 13 miliardi dalla “periferia” al centro, cioè dai Comuni al governo centrale. La motivazione è che i Comuni non ce l’avrebbero fatta a rispettare i tempi di tutti i progetti e a rispettare alcuni criteri imposti dalla Commissione, per esempio la (almeno) neutralità ambientale delle opere realizzate. Si potrebbe anche pensare che ci fosse il desiderio di togliere finanziamenti a enti pubblici gestiti in buona parte dai partiti di opposizione (a pensar male…). Fatto sta che la cosa ha fatto arrabbiare non poco i sindaci, soprattutto (ovvio) quelli di centro-sinistra. Il governo ha promesso che i fondi del Pnrr saranno sostituiti da altre fonti (fondi di coesione europei, risorse nazionali) e che quindi i lavori già iniziati possono continuare. Ma è chiaro che la decisione crea forti incertezze a livello locale. E poi se si trattasse davvero di risorse aggiuntive, questo farebbe aumentare il deficit pubblico rispetto ai piani annunciati.
Il secondo cambiamento riguarda la distribuzione tra pubblico e privato dei fondi: si riducono i finanziamenti per opere pubbliche rispetto a quelli che saranno spesi dal settore privato. Non è questa necessariamente una cattiva idea. Viste le difficoltà che il nostro settore pubblico ha nello spendere e il fatto che il Pnrr originale aveva relativamente poche risorse destinate a incentivare investimenti in transazione verde e digitale da parte del settore privato, un riequilibrio appare appropriato.
Il terzo cambiamento riguarda la natura della spesa: si spostano risorse da progetti per migliorare il territorio, l’ambiente urbano, la sicurezza idrogeologica verso cose (tra cui l’innovazione verde e digitale delle imprese, come detto) che hanno un impatto forse più immediato sulla crescita economica. Colpisce, però, in negativo, il definanziamento della spesa per la protezione del territorio, anche se anche per questo il governo afferma che i soldi arriveranno comunque (vedi sopra). Sul lato positivo aumentano di quasi un miliardo le risorse da gestire localmente per gli asili nido, anche se sembra si rivedrà verso il basso il numero dei posti che dovranno essere messi a disposizione entro le scadenze previste.
Tutto sommato, ripeto, non si tratta di una rivoluzione. Mi preoccupa invece di più il ritardo in alcune aree di riforma. Sì, perché l’impatto sulla nostra crescita potenziale del Pnrr arriva almeno in ugual misura dalla spesa e dalle riforme. Il governo propone modifiche non solo nella composizione e tempistica della spesa, ma anche in quella delle riforme. Si richiede di allungare i tempi previsti per ridurre i tempi di pagamento della pubblica amministrazione, per tagliare gli arretrati dei tribunali civili, per accelerare i tempi di aggiudicazione degli appalti e per la realizzazione delle infrastrutture idriche per la sicurezza dell’approvvigionamento.
Infine, al di là del giudizio di merito, c’è un fatto comunque positivo in queste proposte di cambiamento. Da oggi il Pnrr, che Fratelli d’Italia non aveva votato, diventa il programma di questo governo, non qualcosa di ereditato dal passato. Il governo ora non avrà più scuse per la mancata realizzazione di quanto promesso. Ora deve smettere di criticare e darsi da fare fino in fondo. Forse è questo il principale cambiamento portato dal nuovo Pnrr targato Meloni.