A chi parlano i segnali di Renzi
di Stefano FolliAl netto delle ironie che accompagnano le sue uscite pubbliche, Matteo Renzi mantiene un notevole senso politico e ne ha dato prova anche ieri (martedì 1 agosto). La sua conferenza stampa improvvisata è servita a mandare dei messaggi a un certo numero di destinatari: talvolta espliciti, in altri casi impliciti ma abbastanza leggibili.
La lite permanente con Calenda è la parte meno interessante di questo spettacolino di mezza estate anche perché segue un copione fin troppo noto.
I due si detestano — e fin qui niente di nuovo — ma perseguono un obiettivo simile: rivolgersi a un ceto medio schiacciato tra l’asse Schlein-Conte, da un lato, e le contraddizioni della destra, dall’altro, con Giorgia Meloni che sta allargando i suoi spazi e sa come parlare a un elettorato vasto.
Calenda lavora per incarnare l’ala moderata o riformista — ognuno scelga l’aggettivo più gradito — del “fronte Schlein”.
Renzi preferisce tagliare una gamba del tavolo o almeno provarci. In passato c’è riuscito, o…
Al netto delle ironie che accompagnano le sue uscite pubbliche, Matteo Renzi mantiene un notevole senso politico e ne ha dato prova anche ieri (martedì 1 agosto). La sua conferenza stampa improvvisata è servita a mandare dei messaggi a un certo numero di destinatari: talvolta espliciti, in altri casi impliciti ma abbastanza leggibili.
La lite permanente con Calenda è la parte meno interessante di questo spettacolino di mezza estate anche perché segue un copione fin troppo noto.
I due si detestano — e fin qui niente di nuovo — ma perseguono un obiettivo simile: rivolgersi a un ceto medio schiacciato tra l’asse Schlein-Conte, da un lato, e le contraddizioni della destra, dall’altro, con Giorgia Meloni che sta allargando i suoi spazi e sa come parlare a un elettorato vasto.
Calenda lavora per incarnare l’ala moderata o riformista — ognuno scelga l’aggettivo più gradito — del “fronte Schlein”.
Renzi preferisce tagliare una gamba del tavolo o almeno provarci. In passato c’è riuscito, oggi la pattuglia parlamentare di Italia Viva è modesta e il sentiero è stretto, ma la fantasia tattica del senatore di Scandicci non si è appannata.
Così, per non finire nel cono d’ombra, afferra il bandolo della matassa nel punto più critico per Giorgia Meloni: la differenza tra i relativi successi in politica estera e la semi-paralisi interna. Dove l’azione di governo è statica, tra ritardi del Pnrr, crescita economica rallentata e risorse sempre più scarse.
L’immagine che la premier proietta di sé allude a un solido decisionismo, ma la realtà parla di un tragitto faticoso e poco coerente, in cui si rimbalza tra un problema irrisolto e l’altro.
Renzi allora tira fuori il tema dell’elezione diretta del presidente del Consiglio. E rimprovera a Meloni di aver mancato alla promessa di avviare la riforma costituzionale.
Si dirà che non sembra la questione più urgente nell’Italia di oggi. Tuttavia è quella che all’interno del palazzo della politica può suscitare l’eco maggiore. Il cosiddetto “premierato”, se davvero se ne volesse discutere, è la miccia in grado di accendere per contrasto le spinte leghiste verso il decentramento estremo (l’autonomia differenziata). Proprio i temi che a Palazzo Chigi si vorrebbero sopire almeno fino alle elezioni europee.
Ecco quindi che i destinatari dei messaggi renziani sono già tre: Calenda, il più ovvio, poi la presidente del Consiglio e tra le righe Salvini. Ma non è finita perché Renzi difende senza mezzi termini la commissione d’inchiesta parlamentare sul Covid, la stessa intorno alla quale il presidente Mattarella aveva espresso parecchi dubbi.
S’intende che il senatore di Scandicci si muove in base al suo diritto di parlamentare, tuttavia il segnale al Quirinale non è del tutto amichevole: tanto che egli stesso si affretta a negare la volontà di alimentare qualsiasi polemica. Un modo per sottintendere il contrario.
Peraltro la stessa proposta di elezione diretta del premier, destinata a ridurre non poco le prerogative presidenziali, non è fatta per facilitare i rapporti istituzionali nel prossimo futuro. Sempre che non resti nel cassetto.
Infine l’apertura alla Cisl, il sindacato che sul salario minimo mantiene le sue riserve. Qui il bersaglio implicito è la Cgil. Per meglio dire è il legame che si è saldato tra il sindacato di Landini, Elly Schlein e Giuseppe Conte. Come dire: il vostro massimalismo, compresa la difesa del reddito di cittadinanza nella versione assistenziale dei 5S, finisce per scontentare i ceti medi.
Più la sinistra assume questo profilo — è sempre il ragionamento di Renzi — più i margini della destra si allargano; occorre cambiare strategia. Sarà vero? O si tratta degli ultimi colpi di un politico abile ma in declino? Lo capiremo presto.