Effetto Trump: nel Gop patrioti contro traditori
di Gianni Riotta«Quel che ci appare normale è invece un vero miracolo!»: con bonomia, il presidente repubblicano Ronald Reagan sintetizzava così il tradizionale passaggio di consegne alla Casa Bianca, fra vincitori e vinti alle elezioni presidenziali Usa. E quanto avesse ragione, lo dimostra il testo con cui il procuratore Jack Smith rinvia a giudizio l’ex presidente Donald Trump, per il ruolo nella rivolta del 6 gennaio 2021 e il tentativo di rovesciare la vittoria dal democratico Joe Biden, demolendo il secolare monumento della Costituzione Usa.
Che il Grand Old Party repubblicano, nel giro di una generazione, sia passato dal Law and Order, legge e ordine, di Reagan al sovranismo insurrezionale di Trump testimonia della metamorfosi di un partito e della sua base militante, maschi bianchi senza titolo di studio in genere, come della crisi politica, culturale e morale della nazione guida del mondo occidentale.
Lo staff di Trump accusa Biden, Smith e il ministro della Giustizia Garland di «tecniche da…
«Quel che ci appare normale è invece un vero miracolo!»: con bonomia, il presidente repubblicano Ronald Reagan sintetizzava così il tradizionale passaggio di consegne alla Casa Bianca, fra vincitori e vinti alle elezioni presidenziali Usa. E quanto avesse ragione, lo dimostra il testo con cui il procuratore Jack Smith rinvia a giudizio l’ex presidente Donald Trump, per il ruolo nella rivolta del 6 gennaio 2021 e il tentativo di rovesciare la vittoria dal democratico Joe Biden, demolendo il secolare monumento della Costituzione Usa.
Che il Grand Old Party repubblicano, nel giro di una generazione, sia passato dal Law and Order, legge e ordine, di Reagan al sovranismo insurrezionale di Trump testimonia della metamorfosi di un partito e della sua base militante, maschi bianchi senza titolo di studio in genere, come della crisi politica, culturale e morale della nazione guida del mondo occidentale.
Lo staff di Trump accusa Biden, Smith e il ministro della Giustizia Garland di «tecniche da Germania nazista e Urss stalinista» e i rivali alle primarie Gop 2024, che pure avrebbero interesse a minarne la corsa, dichiarano solidarietà all’ex presidente.
Ron DeSantis, governatore della Florida, denuncia «la palude di Washington e la cultura dei miasmi», promettendo solerte di concedere la grazia a Trump, ove eletto.
Il senatore afroamericano della South Carolina Tim Scott irride Hunter Biden, figlio di Biden al centro di traversie giudiziarie, invitando i magistrati a punirlo. L’ex ambasciatrice Onu Nikki Haley assicura che, con lei presidente, Trump non andrà alla sbarra in nessun processo, Washington per l’incriminazione di Smith, Florida per i dossier segreti sottratti, New York per corruzione e, forse presto, Georgia per brogli elettorali.
Mentre la macchina della disinformazione mediatica, guidata dal network Fox, si mette in moto, resa capillare online da X, piattaforma sociale erede di Twitter, virata a destra dal magnate Elon Musk, è l’ex vicepresidente di Trump, Mike Pence, il solo controcorrente: «L’incriminazione odierna funge da cruciale promemoria: chiunque pensi di mettersi al di sopra della Costituzione non potrà mai essere presidente degli Stati Uniti».
Fu Pence a far saltare il piano eversivo capeggiato dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani (nel testo dell’accusa definito “Cospiratore N.1”), rifiutandosi di posporre il passaggio dei poteri in Congresso e, pur sotto assalto dei miliziani, Parlamento invaso e morti sul selciato, legittimando l’elezione di Biden («Sei troppo onesto!» gli urlava come insulto Trump al telefono).
Ora Pence tiene il punto, sostenuto giusto da due candidati minori, gli ex governatori repubblicani Christie e Hutchinson: «Trump era responsabile morale dell’attacco alla democrazia, ora la Corte deciderà se è responsabile anche penalmente».
Nobili parole, sentimenti sinceri, però detestati dalla base del partito. Un sondaggio New York Times-Siena conferma la forza di Trump, 54% dei favori alle primarie, contro il 17% di DeSantis (“DeSantis ci piace — dicono i focus group Gop — ma amiamo Trump”), e uno stentato 3% a Pence. Né i tre processi in corso sembrano danneggiare le fortune di Trump, che, dai sondaggi, è dato alla pari, 43% a 43%, con Biden. I repubblicani si schierano con lui all’88%, i democratici con Biden all’83%, indipendenti divisi, 42% democratici, 37% repubblicani, mentre l’entusiasmo popolare scema, il 55% dei cittadini odia Trump, il 54% Biden.
Chiunque vinca fra 15 mesi, dunque, si troverà davanti le barricate. La differenza è che Biden, senatore già ai tempi di Reagan, lascerebbe infine la carica senza “miracoli” o disordini, mentre Trump ha annunciato che, dopo essersi concesso la grazia da solo (i costituzionalisti dubitano della liceità dell’atto), modificherà la Costituzione, rompendo la divisione dei poteri tra esecutivo e giudiziario, e licenziando i funzionari federali non allineati.
Donald Trump si difenderà ammettendo, magari, di aver mentito, ma sostenendo che le menzogne son protette dal Primo Emendamento sulla libertà di pensiero. I pubblici ministeri ribatteranno che non di opinioni lo si accusa, ma di reati eversivi, in uno storico dibattimento che avrà come aula il Paese e come giuria 170 milioni di elettori.
Al tempo della Guerra Civile, 1861-1865, il generale nordista, e futuro presidente, Ulysses Grant, commentò la secessione schiavista del Sud dicendo «prima c’erano fra noi diverse opinioni politiche, ora solo patrioti contro traditori»: clima da XIX secolo che, d’improvviso, aleggia sul XXI.
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