Governo, l’eccezione diventa regola
di Michele AinisLa premier Giorgia Meloni
(ansa)A vederli all’opera, i poteri dello Stato parrebbero impegnati in una partita a rubamazzo. Ciascuno s’impossessa delle funzioni altrui, del ruolo che la Costituzione assegna a un organo diverso; e intanto regna il disordine sotto il cielo delle nostre istituzioni.
Mattarella, durante la cerimonia del Ventaglio, l’ha chiesto con toni disperanti: che ognuno torni al proprio mestiere, senza invasioni di campo, senza scorribande piratesche. Difficile, perché ormai l’abuso si è convertito in uso.
E forse è proprio questa la ragione che giustifica una riforma della Carta costituzionale: la scissione fra i suoi enunciati normativi e i comportamenti praticati dagli attori dello Stato italiano — tutti, nessuno escluso. Sicché la regola più alta ha perso la sua forza prescrittiva, la sua auctoritas, e non certo per colpa dei costituenti.
Nel frattempo l’eccezione è divenuta regola, prassi quotidiana. Non è forse un’eccezione la decretazione d’urgenza? Senza dubbio, a leggere l’articolo 77 de…
A vederli all’opera, i poteri dello Stato parrebbero impegnati in una partita a rubamazzo. Ciascuno s’impossessa delle funzioni altrui, del ruolo che la Costituzione assegna a un organo diverso; e intanto regna il disordine sotto il cielo delle nostre istituzioni.
Mattarella, durante la cerimonia del Ventaglio, l’ha chiesto con toni disperanti: che ognuno torni al proprio mestiere, senza invasioni di campo, senza scorribande piratesche. Difficile, perché ormai l’abuso si è convertito in uso.
E forse è proprio questa la ragione che giustifica una riforma della Carta costituzionale: la scissione fra i suoi enunciati normativi e i comportamenti praticati dagli attori dello Stato italiano — tutti, nessuno escluso. Sicché la regola più alta ha perso la sua forza prescrittiva, la sua auctoritas, e non certo per colpa dei costituenti.
Nel frattempo l’eccezione è divenuta regola, prassi quotidiana. Non è forse un’eccezione la decretazione d’urgenza? Senza dubbio, a leggere l’articolo 77 della Costituzione: il governo può adottarla «in casi straordinari».
Ma sta di fatto che l’officina delle leggi non risiede più nel Parlamento, bensì nelle stanze di Palazzo Chigi. Succede ormai da anni, però in questa legislatura il fenomeno sta toccando un picco.
Openpolis ha fatto un po’ di conti: 25 decreti legge deliberati dal governo Meloni nei suoi primi sei mesi, quando nello stesso arco temporale le leggi ordinarie licenziate dalle Camere sono state solo 5. Significa una media di 4,17 decreti al mese, il dato più alto delle ultime quattro legislature.
Decreti giustificati sempre in nome dell’urgenza, benché talvolta entrino in vigore dopo un paio di settimane. E dove si cucina un minestrone, benché ogni decreto dovrebbe essere «omogeneo», come ha dichiarato la Consulta (sentenza n. 22 del 2012).
Ne è prova, per esempio, quello apparso sulla Gazzetta ufficiale del 22 giugno, destando poi molte polemiche perché un emendamento firmato l’11 luglio dalla Lega sopprime l’indipendenza del Centro sperimentale di cinematografia.
Ma tratta forse di questioni culturali quel decreto? No, mette insieme — in un unico calderone normativo — il Giubileo del 2025 e il codice dell’ordinamento militare, lo sport e l’agricoltura, i veterinari e i periti industriali.
Ma se il potere esecutivo ruba il mestiere al legislativo, quest’ultimo lo ruba al potere giudiziario. Come? Attraverso le commissioni d’inchiesta, altro strumento eccezionale, perché deroga al principio della separazione dei poteri. Queste commissioni, infatti, hanno «gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria» (articolo 82 della Costituzione), da esercitare perciò con parsimonia, quando lo richieda il «pubblico interesse».
Non a caso nelle prime due legislature repubblicane (1948-1958) ne vennero battezzate appena tre. Ora invece ne piovono a decine, con una singolare novità: l’inchiesta (parlamentare) sull’inchiesta (giudiziaria). Ovvero, l’inchiesta al quadrato. Come quella sul Covid, già deliberata dalla Camera, e aspramente censurata dal capo dello Stato.
Insomma: a noi italiani, più che un Parlamento sembra che ci rappresenti Sherlock Holmes. D’altronde pure i giudici fanno sovente il lavoro dei legislatori.
Un caso per tutti: l’iniziativa della procura di Padova (19 giugno) che ha chiesto di cancellare il cognome della madre non biologica per 33 famiglie, pur in assenza d’una legge.
Una questione di fiducia sulle risorse della magistratura, anche se tecnicamente la fiducia viene chiesta dal governo al Parlamento.
S’intende, in casi eccezionali. Ma pure a tale riguardo il gabinetto Meloni sta stracciando tutti i record: 16 voti di fiducia in otto mesi, il dato più alto in relazione alle leggi approvate.
E a proposito della legge. «Le sue caratteristiche distintive sono la generalità e la durata illimitata», proclamava la Costituzione girondina del 1793. Ora invece è in auge la legge personale, che ovviamente dura meno d’un fiammifero. Ai suoi tempi d’oro, Repubblica ha contato 17 leggi ad personam varate dai governi Berlusconi.
Il governo Meloni, viceversa, preferisce le leggi contra personam. Contro il sovrintendente del San Carlo di Napoli, per cacciarlo via facendo posto a Fuortes, a sua volta cacciato dalla Rai. Contro i presidenti di Inps e Inail, licenziati con la scusa d’una riforma della governance. Contro la presidente del Centro sperimentale di cinematografia, con il medesimo pretesto. Nel gran ballo di sgambetti fra i poteri dello Stato, anche Sua Maestà la Legge si è trasformata in un dispetto.