Caso dossieraggio a Perugia, il fondo oscuro del potere
di Luigi ManconiRaffaele Cantone, procuratore capo di Perugia
(ansa)La classe politica italiana soffre di un complesso di inferiorità nei confronti dei più delicati apparati dello Stato e, in particolare, dei corpi titolari del potere di controllare e reprimere: in specie Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza. È una storia antica.
Da sempre il rapporto tra il cuore delle istituzioni e i corpi di polizia, che a loro volta sono istituzioni, è segnato da una profonda ambiguità: quegli apparati che, secondo Costituzione, dipendono dai rispettivi ministeri e, quindi, dal governo, nel corso di un travagliatissimo secolo e mezzo hanno acquisito una crescente autonomia. Fino a raggiungere uno statuto di separatezza e a rappresentare altrettanti centri di potere talvolta pressoché indipendenti.
Ne sono derivati quei processi di involuzione che hanno portato tali corpi a risultare sempre più opachi e sempre più autoritari, sempre meno conoscibili e sempre meno partecipi di una autentica dialettica democratica.
Da qui, una lunga se…
La classe politica italiana soffre di un complesso di inferiorità nei confronti dei più delicati apparati dello Stato e, in particolare, dei corpi titolari del potere di controllare e reprimere: in specie Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza. È una storia antica.
Da sempre il rapporto tra il cuore delle istituzioni e i corpi di polizia, che a loro volta sono istituzioni, è segnato da una profonda ambiguità: quegli apparati che, secondo Costituzione, dipendono dai rispettivi ministeri e, quindi, dal governo, nel corso di un travagliatissimo secolo e mezzo hanno acquisito una crescente autonomia. Fino a raggiungere uno statuto di separatezza e a rappresentare altrettanti centri di potere talvolta pressoché indipendenti.
Ne sono derivati quei processi di involuzione che hanno portato tali corpi a risultare sempre più opachi e sempre più autoritari, sempre meno conoscibili e sempre meno partecipi di una autentica dialettica democratica.
Da qui, una lunga serie di storture e di deviazioni, che ha visto — in più di una circostanza — alti esponenti così come segmenti periferici di quegli stessi corpi, coinvolti in attività illegali. Parallelamente si sono registrati — e c’è da augurarsi che appartengano a un passato non più riproponibile — interventi “politici” che hanno portato membri di quegli apparati a contribuire a manovre (talvolta temibili, talaltra grottesche) di natura autoritaria, se non propriamente golpista.
Ma c’è un’altra dimensione di questa storia, ora richiamata dall’indagine di Perugia, che merita grande attenzione. I corpi di polizia, oltre all’attività di contrasto all’illegalità, esercitano un’opera di prevenzione che li porta ad acquisire informazioni, a raccogliere notizie, ad accumulare conoscenze.
Ovvero, un gigantesco lavoro di elaborazione dati e di intelligence. Siamo nell’ambito di quelli che una magnifica espressione di Tacito definiva arcana imperii. Che non sono solo i segreti del potere, ma anche il fondo oscuro e limaccioso di quello stesso potere.
Chi possiede la chiave di tutto ciò? Periodicamente, si viene a sapere che settori dello Stato dispongono di quel codice di accesso ai segreti: e, con ciò, di un potere non soggetto a vincoli.
È quello che deriva dalla possibilità di organizzare un dispositivo di controlli e un sistema di ricatti. È stata questa, presumibilmente, la finalità di un’azione, condotta sin dal 2018, che ha portato a scaricare i dati di operazioni e conti correnti intestati a centinaia di appartenenti alla classe dirigente italiana.
Possiamo credere che si sia trattato dell’iniziativa esclusiva di un maresciallo infedele? La cosa appare francamente improbabile.
Per questo è urgente che — nel pieno rispetto delle procedure e della complessità di una indagine certamente non semplice — i cittadini possano farsi una idea di quanto, per un intero lustro, è accaduto all’interno di uno dei gangli del nostro sistema istituzionale e di quella macchina, così essenziale per la sicurezza collettiva, che è la Direzione nazionale antimafia.
E le riforme tempestivamente introdotte dal nuovo procuratore nazionale, Giovanni Melillo, che hanno modificato la struttura del dipartimento in questione, cambiato i vertici e riscritto le procedure di accesso, confermano che effettivamente una falla di ampie dimensioni si è aperta; che i danni già fatti sono stati assai significativi; e che il sistema ha rivelato drammaticamente di essere tutt’altro che impermeabile.
Ora, non è qui il caso di ripercorrere i troppi scandali che hanno coinvolto appartenenti alla Guardia di Finanza lungo i decenni dell’Italia repubblicana, ma guai a sottovalutare quanto è avvenuto.
L’accesso illegale ai conti bancari dei cittadini evidenzia uno strappo particolarmente doloroso nel nostro tessuto democratico, rendendo gracili componenti importanti della nostra organizzazione sociale ed estendendo all’infinito la possibilità di realizzare una rete di pressioni, estorsioni, intimidazioni.
Tendenzialmente un popolo di ricattati, dal momento che non è necessario aver commesso reati per sentirsi minacciati: è sufficiente una condizione di mera esposizione, uno stato di vulnerabilità, l’essere inermi: e sorvegliati, perquisiti, frugati.
Come ha affermato la Corte costituzionale tedesca, anche la sola percezione della possibile soggezione al controllo è essa stessa limitazione della libertà.
Questo vale anche per la classe politica. La sua qualità non eccelsa rende fragili e instabili tanti esponenti dei partiti e delle istituzioni.
A ciò si aggiunge qualcosa di più profondo. La ricattabilità della classe politica non discende dal fatto che gran parte di essa non abbia la coscienza a posto. Non lo penso proprio. Ritengo, piuttosto, che derivi da una congenita debolezza. E torniamo al punto di partenza.
Una classe politica che tradisce un complesso di inferiorità nei confronti degli apparati dello Stato, oscillando tra timore e blandizie, è strutturalmente destinata alla subalternità. La sua sudditanza psicologica è la manifestazione del suo fallimento.
Solo se la politica sarà in grado di ritrovare il proprio ruolo, di affermare la propria autonomia, di indirizzare e governare gli apparati dello Stato, potrà dire di non essere ricattata e ricattabile.