Se la vacanza non è democratica
di Paolo Di PaoloUna spiaggia dell Liguria
(fotogramma)«Il parcheggio e l’accesso alla spiaggia libera sono a pagamento», si legge su un cartello surreale che qualcuno – per condividerlo sui social – ha fotografato, o forse inventato. In questo caso, fa quasi lo stesso: dice di una percezione diffusa e racconta le ferie d’agosto del 2023 come un ginepraio spiazzante di ostacoli e di rincari.
Nelle strutture alberghiere, nei B&B, negli stabilimenti balneari, nei menù dei ristoranti, negli scontrini dei bar. E non sono quelli di piazza San Marco, sono i bar della piazzetta di qualche cittadina affacciata sul mare: dove l’anno scorso brioche e cappuccino, a ogni modo, costavano un po’ meno.
Le piccole vacanze post pandemia diventano un lusso anche dove lusso non c’è? Non nell’hotel de charme o, che so, al Twiga di Forte dei Marmi, fra una distratta Santanchè e i parlamentari di Italia Viva: lettino più ombrellone costano – oggettivamente – di più anche nello stabilimento anonimo.
E dacché lungo le coste di questa penisola meno di una s…
«Il parcheggio e l’accesso alla spiaggia libera sono a pagamento», si legge su un cartello surreale che qualcuno – per condividerlo sui social – ha fotografato, o forse inventato. In questo caso, fa quasi lo stesso: dice di una percezione diffusa e racconta le ferie d’agosto del 2023 come un ginepraio spiazzante di ostacoli e di rincari.
Nelle strutture alberghiere, nei B&B, negli stabilimenti balneari, nei menù dei ristoranti, negli scontrini dei bar. E non sono quelli di piazza San Marco, sono i bar della piazzetta di qualche cittadina affacciata sul mare: dove l’anno scorso brioche e cappuccino, a ogni modo, costavano un po’ meno.
Le piccole vacanze post pandemia diventano un lusso anche dove lusso non c’è? Non nell’hotel de charme o, che so, al Twiga di Forte dei Marmi, fra una distratta Santanchè e i parlamentari di Italia Viva: lettino più ombrellone costano – oggettivamente – di più anche nello stabilimento anonimo.
E dacché lungo le coste di questa penisola meno di una spiaggia su due risulta “libera”, non è un dato trascurabile il 15% in più stimato come aumento medio nella tariffa delle spiagge attrezzate. D’altra parte, quando i prezzi cominciano a salire, come si dice, il mercato si allinea. Inevitabile? Almeno quanto la reazione di quel 40% di italiani che, per motivi economici, non andrà in vacanza.
Percentuale che incupisce il risveglio turistico del primo anno effettivamente post-pandemico, il 2022, e i dati incoraggianti sugli arrivi dall’estero (+42% rispetto all’anno scorso, e un ovvio +90% rispetto agli anni Covid). Ma fra incursioni lampo e villeggiature lunghe di americani “altospendenti” (livelli di presenza mai visti, assicurano i gestori di albergoni nelle città d’arte), soffre l’italiano in Italia. Che riduce la durata del viaggio e sostituisce l’albergo con la casa dei parenti o le stanze offerte dagli amici. Si mette in cerca, come può, di una vacanza democratica.
Me lo immagino come un personaggio immaginato di Italo Calvino, un Marcovaldo interdetto, che interroga scontrini e ricevute come indicazioni sibilline e un po’ inquietanti sulla persistenza dei confini di classe che, sfarinati nelle vulgate sociologiche, persistono con ferocia: anche o soprattutto dove non li si cerca.
Ma il Marcovaldo originale – quello di sei decenni fa, datato appunto 1963 – studiava il paesaggio dell’Italia del boom, pronta all’inaugurazione dell’Autostrada del Sole e all’espansione «vigorosa», come i giornali di allora la definivano, della motorizzazione privata.
Se a permettersi quattro notti all’anno fuori casa, nel 1959, era un esiguo 11% dei cittadini, nel fatale ’68 il numero è ben oltre il doppio. Segno che qualcosa cambiava anche nel tempo libero, dominio per secoli dei ceti abbienti; e che la villeggiatura – nata come lusso, avventura d’élite fra canoni di gusto e dinamiche di relazione (lo raccontano bene Alessandro Martini e Maurizio Francesconi nelle pagine di “La moda della vacanza”, Einaudi) – diventa pop e a portata di tasche piccoloborghesi e perfino proletarie.
Le folle variegate sotto l’ombrellone, a dire il vero, c’erano già nei fotogrammi tardo-neorealisti di Emmer – la calca, le ciambelle fritte, il cocomero – ma l’editorialista di turno aspetta i Sessanta per ratificare «l’estensione popolare della villeggiatura» come segno inoppugnabile del benessere crescente di una nazione.
Ritrovo nelle cronachette dell’epoca, vergate con inchiostro iper-borghese, venato di ironia bonaria, quadretti che rimarcano la “novità” di condomini deserti, con porte e finestre sbarrate: «si è consegnata la gabbia delle cocorite alla portinaia; le pianticelle in vaso sono affidate alle cure della vicina che non parte; gli alloggi e i negozi deserti alla buona sorte (e alla vigilanza della polizia)».
L’industria dei desideri si metteva allegramente in moto, e ne generava di insoliti: il “nevaio”, il frigo bar. Rita Pavone invitava a «bere brio» nella pubblicità del Cinzano Soda. I grandi quotidiani e settimanali offrivano «abbonamenti straordinari per la villeggiatura».
E oggi? A spulciare nelle rilevazioni demoscopiche dell’ultimo ventennio il numero di chi non parte oscilla (si raddoppia fra il 2000 e gli anni successivi alla grande crisi economica) ma non si contrae, nemmeno nelle fasce giovani. Nell’Italia delle non-vacanze o delle vacanze impossibili la macchina dei desideri minimi sembra sul punto di incepparsi. E se mai dovesse davvero aprirsi - come opportunamente auspica la sociologa Francesca Coin, intervistata su Repubblica (14 luglio) a proposito del suo saggio “Le grandi dimissioni” – una possibilità di riequilibrio fra tempo del lavoro e vita affettiva, rischia di chiudersi per rincaro del tempo libero.