Meloni, sul caso De Angelis un silenzio rivelatore
di Carmelo LopapaLa premier Giorgia Meloni
(reuters)Una palude torbida, con fondo nero, sta risucchiando in un pericolosissimo vortice Giorgia Meloni, a meno di un anno dal suo insediamento a Palazzo Chigi. È come se si stessero sbriciolando d’un colpo tutte le ipocrite prudenze, i distinguo pelosi e i muri anagrafici che la leader di Fratelli d’Italia aveva frapposto tra sé e chi le ha chiesto di fare i conti con le sue radici politiche, di abiurare un pezzo del mondo e della storia di provenienza.
Adesso, in pieno agosto, mentre sta per risuonare con l’ultimo Consiglio dei ministri la campanella del rompete le righe per le vacanze, la premier si ritrova sbalzata inaspettatamente di fronte a un bivio. È l’ennesimo e non più aggirabile bivio della storia, che non ammette più ambiguità e rinvii.
La settimana che si è appena conclusa con le sparate eversive di Marcello De Angelis si era aperta con la commemorazione della strage di Bologna del 2 agosto, che passerà alla storia per la targa “terrorismo” con la quale Meloni ha tentato di …
Una palude torbida, con fondo nero, sta risucchiando in un pericolosissimo vortice Giorgia Meloni, a meno di un anno dal suo insediamento a Palazzo Chigi. È come se si stessero sbriciolando d’un colpo tutte le ipocrite prudenze, i distinguo pelosi e i muri anagrafici che la leader di Fratelli d’Italia aveva frapposto tra sé e chi le ha chiesto di fare i conti con le sue radici politiche, di abiurare un pezzo del mondo e della storia di provenienza.
Adesso, in pieno agosto, mentre sta per risuonare con l’ultimo Consiglio dei ministri la campanella del rompete le righe per le vacanze, la premier si ritrova sbalzata inaspettatamente di fronte a un bivio. È l’ennesimo e non più aggirabile bivio della storia, che non ammette più ambiguità e rinvii.
La settimana che si è appena conclusa con le sparate eversive di Marcello De Angelis si era aperta con la commemorazione della strage di Bologna del 2 agosto, che passerà alla storia per la targa “terrorismo” con la quale Meloni ha tentato di sostituire virtualmente quella che - forte di sentenze passate in giudicato - campeggia all’ingresso della stazione del capoluogo emiliano.
Terrorismo: ma neofascista. E invece no, la leader di una destra che vorrebbe accreditarsi come nuova ed europea non ce l’ha fatta. Nemmeno “aiutata” dal presidente della Repubblica Mattarella che in quelle stesse ore ricordava - proprio a beneficio degli smemorati - che gli 85 morti e i duecento feriti di Bologna sono ascrivibili solo al terrorismo sì, ma di “accertata matrice neofascista”. Perfino la nostalgica seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, lo aveva riconosciuto quel giorno. E così pure il Guardasigilli Carlo Nordio.
Meloni no, Meloni non sa farlo. Peggio. Meloni, evidentemente, non può farlo. Perché? A chi deve rispondere? Quale mondo e quali legami non può tradire? Di quali consensi non può privarsi?
Questo è il punto che la inchioda, al di là dei singoli episodi che ormai si moltiplicano con gli anniversari che si susseguono, dal 25 Aprile al 2 Agosto, dai partigiani alle stragi.
Fino alla storia meschina con la quale la settimana poi si è chiusa: il responsabile della comunicazione della Regione Lazio, Marcello De Angelis, ex parlamentare di An, che nel negare la matrice fascista della strage di Bologna si spinge fino all’oltraggio costituzionale, dando indirettamente dell’”apostolo della menzogna” al capo dello Stato, “reo” di aver ribadito appunto la verità dei processi.
Benché a ridosso di Ferragosto non siamo di fronte a colpi di calore, non si può ridurre le sparate a “elucubrazioni estive”. Ma soprattutto, la presidente del Consiglio non può pensare di cavarsela a modo suo. Lasciando trapelare da Palazzo Chigi il suo disappunto. La vergognosa nota con la quale il governatore Rocca (FdI) ieri ha preso altro tempo per decidere, anche lui omettendo volutamente la definizione “neofascista” della strage, conferma i peggiori sospetti sulle omissioni della destra oggi alla guida delle istituzioni.
Meloni conosce bene De Angelis, sono cresciuti politicamente insieme nella Roma delle borgate nere, poi entrambi “istituzionalizzati” e “parlamentarizzati” da Gianfranco Fini. De Angelis rappresenta, anche per legami familiari e per militanza cameratesca, un punto di riferimento politico, culturale e ideologico di un pezzo della destra che nel tempo ha sfondato il muro dell’eversione. Se Fratelli d’Italia, dalla Regione Lazio a Palazzo Chigi, non sa cacciare lontano dal suo recinto personaggi come il “camerata” De Angelis, è un serio problema non solo per quel partito, ma per le istituzioni.
La stanca obiezione anagrafica di Giorgia Meloni (“Io non sono fascista, sono nata trent’anni dopo”) non regge più. È giunto il tempo di decidere: se rinnegare quel mondo o continuare a coprirlo e, dunque, a proteggerlo.
Se la premier continuerà a galleggiare nella palude dell’ambiguità, questo comprometterà il suo ruolo di presidente del Consiglio, il suo rapporto con la più alta carica dello Stato, le sue legittime aspettative europee in vista del 2024.
Perché Bologna non è un incidente, ma 43 anni dopo è un crocevia della storia nazionale. E la presa di distanza dai complici ideologici non è un’opzione. O si sta di qua o di là. O si sta dalla parte dei De Angelis o dalla parte del Quirinale, delle istituzioni, della democrazia.
Il resto, presidente del Consiglio, anche per chi è nato nel 1977, è ambiguità inaccettabile, a Roma come a Bruxelles e a Washington. Il resto si chiama negazionismo. E, le piaccia o no, anche nel 2023, fa rima con neofascismo.