Morti per il caldo: ora quella del clima è una crisi sanitaria
di Luca FraioliRoma, turisti cercano riparo dal caldo con gli ombrelli
(ansa)Si muore di caldo. Ma non abbastanza, perché la politica prenda atto che «il cambiamento climatico rappresenta la più grande minaccia per la salute che l’umanità deve affrontare».
La definizione non arriva da qualche attivista emulo di Greta Thunberg o da uno scienziato-Cassandra in cerca di visibilità: lo dicono le Nazioni Unite. E a questo punto anche i numeri.
Non solo le previsioni (che potrebbero anche rivelarsi errate) per i decenni a venire, ma i ben più concreti bollettini realizzati a partire da dati reali. Che la mortalità nel Centro-Sud Italia sia stata il 7% più alta della media (con punte di +50% in città come Bari) nei giorni di luglio in cui si sono sfiorati (e superati) i 40 gradi è un fatto, non una previsione.
E un altro fatto è che, a livello globale, gli ultimi due decenni hanno visto un aumento del 54% della mortalità correlata al caldo solo tra le persone di età pari o superiore a 65 anni. Anche nella ricca Europa, le ondate di caldo sono già responsabili…
Si muore di caldo. Ma non abbastanza, perché la politica prenda atto che «il cambiamento climatico rappresenta la più grande minaccia per la salute che l’umanità deve affrontare».
La definizione non arriva da qualche attivista emulo di Greta Thunberg o da uno scienziato-Cassandra in cerca di visibilità: lo dicono le Nazioni Unite. E a questo punto anche i numeri.
Non solo le previsioni (che potrebbero anche rivelarsi errate) per i decenni a venire, ma i ben più concreti bollettini realizzati a partire da dati reali. Che la mortalità nel Centro-Sud Italia sia stata il 7% più alta della media (con punte di +50% in città come Bari) nei giorni di luglio in cui si sono sfiorati (e superati) i 40 gradi è un fatto, non una previsione.
E un altro fatto è che, a livello globale, gli ultimi due decenni hanno visto un aumento del 54% della mortalità correlata al caldo solo tra le persone di età pari o superiore a 65 anni. Anche nella ricca Europa, le ondate di caldo sono già responsabili del maggior numero di decessi associati a pericoli naturali.
Se poi si guarda al futuro (alle previsioni, appunto) gli scenari sono tutt’altro che incoraggianti: in Europa si stima un aumento del 100% delle giornate con ondate di calore nel periodo 2030-2060. E, secondo l’Oms, nel mondo «tra il 2030 e il 2050 i cambiamenti climatici causeranno circa 250 mila morti in più all’anno, a causa di malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore».
Eppure non basta. Tutto questo non è sufficiente a mettere l’emergenza climatica al primo posto nell’agenda dei governi.
In passato non erano servite le immagini dei ghiacciai che si sciolgono, degli orsi polari affamati, degli atolli del Pacifico sott’acqua. Né quelle, più recenti, del Pakistan messo in ginocchio dall’alluvione, del Corno d’Africa alla fame per la siccità, delle città nordamericane avvolte dal fumo degli incendi boschivi.
Tutto troppo lontano nello spazio, così come le previsioni paiono lontane nel tempo (a una generazione di decisori il cui orizzonte non va oltre i 4-5 anni del proprio mandato).
L’estate scorsa, calda ma non come quella attuale, chiedemmo a Peter Wadhams, eminente scienziato britannico che ha dedicato la vita a studiare il Polo Nord: cos’altro deve succedere perché la politica si scuota? «Temo che perché il clima venga considerato una vera crisi ci vorrà un gran numero di morti».
Di fronte alla minaccia di molte vittime nella “propria” comunità, i governi sanno ancora mobilitarsi con successo. Come, tutto sommato, ha dimostrato la gestione della pandemia.
Il paragone con il Covid-19, ora che il riscaldamento globale comincia a manifestarsi anche come un problema sanitario e non più solo ambientale, è sempre più frequente.
A inizio luglio, tra gli ospiti di Re Carlo III alla London Climate Week, c’era anche l’amministratore delegato del colosso farmaceutico AstraZeneca, Pascal Soriot. «La crisi climatica e l’inquinamento ci costano dai 7 ai 9 milioni di vite ogni anno», ha detto Soriot, ricordando che la pandemia ha fatto complessivamente 7 milioni di vittime. «Il riscaldamento globale ci sta colpendo attraverso malattie respiratorie, tumori, malattie infettive. La crisi climatica è in realtà una crisi sanitaria».
E però, a differenza del Covid, non è risolvibile in pochi anni, anche mettendo in conto sforzi economici eccezionali e un alto prezzo da pagare in termini di vite umane.
Intervenire troppo tardi, quando saranno stati superati i punti di non ritorno tanto temuti dai climatologi, potrà forse limitare i danni, ma non riavvolgere il nastro del riscaldamento globale. Se mai dovesse “spegnersi” la Corrente del Golfo, come ipotizzato in un recente studio scientifico, non saranno certo le nostre contromisure a riattivarla.
Occorre agire prima che sia troppo tardi, non solo puntando sull’adattamento (la riduzione del danno), ma anche sulla mitigazione (la rimozione delle cause): ora che la crisi climatica si sta palesando come una crisi di salute pubblica, vicina nel tempo e nello spazio, qui e ora, è venuto il tempo che la politica ne prenda atto.