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Salario minimo, la posta in gioco

Elly Schlein e Giorgia Meloni

 (ansa)
È il vessillo politico, prima che economico, di un’opposizione in cerca di identità. Per la stessa ragione, la destra non intende concedere ai suoi avversari una facile vittoria
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È raro che la vigilia di un incontro tra il governo e l’opposizione sia dominata da una diffidenza così esplicita come quella che si respirava a Roma. Peraltro è rara anche la circostanza di un dialogo tra maggioranza e opposizione, in una stagione in cui le parti hanno interesse a mostrarsi l’una contro l’altra armate.

Il tema poi, come sappiamo, è il salario minimo per oltre tre milioni di lavoratori poveri: vale a dire la bandiera su cui l’ipotetico e del tutto futuribile “campo largo” del centrosinistra più i Cinque Stelle e gli alleati minori ha trovato una convergenza. Ma questa unità sembra più apparente che reale, o almeno ha bisogno di qualche riscontro prima di essere considerata acquisita.

Del resto, il salario minimo è stato a lungo un argomento controverso e non solo a destra, anche in certi settori della sinistra e nel mondo sindacale. Oggi è il vessillo politico, prima che economico, di un’opposizione in cerca di identità. Per la stessa ragione, come è ovvio, la …

È raro che la vigilia di un incontro tra il governo e l’opposizione sia dominata da una diffidenza così esplicita come quella che si respirava a Roma. Peraltro è rara anche la circostanza di un dialogo tra maggioranza e opposizione, in una stagione in cui le parti hanno interesse a mostrarsi l’una contro l’altra armate.

Il tema poi, come sappiamo, è il salario minimo per oltre tre milioni di lavoratori poveri: vale a dire la bandiera su cui l’ipotetico e del tutto futuribile “campo largo” del centrosinistra più i Cinque Stelle e gli alleati minori ha trovato una convergenza. Ma questa unità sembra più apparente che reale, o almeno ha bisogno di qualche riscontro prima di essere considerata acquisita.

Del resto, il salario minimo è stato a lungo un argomento controverso e non solo a destra, anche in certi settori della sinistra e nel mondo sindacale. Oggi è il vessillo politico, prima che economico, di un’opposizione in cerca di identità. Per la stessa ragione, come è ovvio, la destra non intende concedere ai suoi avversari una facile vittoria.

Si capisce quindi che l’incontro si muove su un doppio registro. Primo, il merito del provvedimento, su cui siamo in alto mare e non solo perché è quasi Ferragosto. Secondo, la guerra mediatica tra le opposte propagande, in grado persino di prendere il sopravvento sul merito della questione.

È chiaro che Giorgia Meloni con la sua maggioranza si muove a disagio sul terreno del salario minimo. Il suo messaggio è stato abbastanza esplicito: venite pure e discutiamo, ma non crediate di imporre la vostra soluzione o di estorcermi degli impegni vincolanti.

Si può immaginare, semmai, che la presidente del Consiglio tenterà di dividere il fronte dell’opposizione, fidando sul fatto che Calenda non condivide certo tutti i punti di vista e i propositi politici di Conte ed Elly Schlein. Tuttavia Calenda, che senza dubbio sarebbe molto interessato a una soluzione di compromesso, non può creare problemi al suo schieramento proprio adesso. In fondo l’apertura di questo timido dialogo è soprattutto opera sua.

Ma gli altri cosa vogliono realmente? Il governo e la premier intendono evitare che la grana del salario minimo esploda nelle loro mani nell’estate in cui le questioni sociali, un passo dopo l’altro, stanno occupando il centro della scena.

Ne deriva che la maggioranza vuole prendere tempo, discutere senza chiudere la porta, mettere in evidenza quanto sia complicata la soluzione. In fondo i sindacati non sono stati ancora coinvolti, ma tutti sanno che dire salario minimo significa in qualche misura indebolire il quadro delle contrattazioni, cioè la ragion d’essere delle forze sindacali.

Tuttavia la posizione della destra è debole, dal momento che il tema del salario è popolare e si lega nella percezione pubblica alla realtà di un Paese in cui il lavoro è pagato poco. Troppo poco rispetto al resto d’Europa.

Quanto al centrosinistra, dispone di due risultati positivi sul piano dell’immagine. Se si arriva in tempi brevi a un accordo (il che è poco plausibile), lo schieramento Schlein-Conte-Calenda potrà vantare il primo vero successo e l’alleanza dell’opposizione ne ricaverebbe una spinta politica.

Se invece, come è probabile, dopo l’incontro di oggi (venerdì 11 agosto) si dovesse andare verso tempi lunghi e più ancora se la rottura fosse conclamata, la destra sarebbe accusata di insensibilità e crudeltà sociale. Proprio come è accaduto con il reddito di cittadinanza.

Sotto il profilo elettorale, visto che di fatto è già cominciata la rincorsa verso il voto europeo, sarebbe forse lo sbocco più proficuo. Non è escluso che tra gli intransigenti qualcuno ci stia pensando.

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