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L’Europa sempre al bivio

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen

 (reuters)
Saranno pochi Grandi a decidere il destino degli altri. L’Unione europea deve decidere subito dove collocarsi
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L’evoluzione verso un sistema internazionale di tipo multipolare, oggi ripetutamente evocato, delinea uno scenario dove saranno pochi “grandi” a decidere o quanto meno ad influenzare il destino degli altri. Questi ultimi saranno chiamati invece a seguire o, peggio, a subire.

Scenario che andrà di pari passo con quel confronto tra democrazie e autocrazie, dove il cosiddetto Sud Globale sembra propenso a non schierarsi o in più di un caso ad essere attratto dalle seconde.

Di qui la necessità da subito per l’Europa, pur a fronte delle difficili sfide di oggi, di decidere su quale livello collocarsi. Se primario o secondario.

È uno snodo che chiama in causa, tra l’altro, adeguatezza di mezzi, strumenti normativi e diverse politiche oggi a disposizione dell’Unione europea. Bruxelles si è concentrata su importanti strategie di tipo settoriale (ambiente, energia, materie prime, digitale etc).

Assente ancora, tuttavia, la valutazione e conseguente decisione a livello politico, in questo c…

L’evoluzione verso un sistema internazionale di tipo multipolare, oggi ripetutamente evocato, delinea uno scenario dove saranno pochi “grandi” a decidere o quanto meno ad influenzare il destino degli altri. Questi ultimi saranno chiamati invece a seguire o, peggio, a subire.

Scenario che andrà di pari passo con quel confronto tra democrazie e autocrazie, dove il cosiddetto Sud Globale sembra propenso a non schierarsi o in più di un caso ad essere attratto dalle seconde.

Di qui la necessità da subito per l’Europa, pur a fronte delle difficili sfide di oggi, di decidere su quale livello collocarsi. Se primario o secondario.

È uno snodo che chiama in causa, tra l’altro, adeguatezza di mezzi, strumenti normativi e diverse politiche oggi a disposizione dell’Unione europea. Bruxelles si è concentrata su importanti strategie di tipo settoriale (ambiente, energia, materie prime, digitale etc).

Assente ancora, tuttavia, la valutazione e conseguente decisione a livello politico, in questo caso a 27, su cosa occorra realmente per agire in modo sistemico.

Riflettere in questi termini chiama in causa la previsione di un vero (e lungimirante) salto qualitativo del “bilancio comune” sostenuto da un percorso di crescita e stabilità finanziaria. Unitamente a una politica estera e di difesa effettiva. Strumenti chiamati a tutelare un mercato interno tuttora a rischio di frammentazione, ma anche ad agire fuori dai propri confini con credibili rapporti di collaborazione con altre aree del mondo.

Un bilancio che, nel rappresentare una quota modesta del Pil degli Stati membri (l’1% circa), è difficilmente coerente con l’ipotesi di una “Ue globale”. Nella sua gestione, poi, esso si accompagna talvolta nei rapporti con l’esterno ad altre limitazioni. Di fatto, politiche.

Nel caso, ad esempio, della politica di cooperazione allo sviluppo, al primato dell’Unione europea — intesa come Commissione europea e Stati membri — in termini di risorse finanziarie impiegate (doverosamente suscettibili di ulteriore incremento) non corrisponde un analogo posizionamento in termini di peso politico nelle aree interessate.

Una aggravante causata dalla dispersione di visibilità di un aiuto portato sia da Bruxelles sia da 27 diverse capitali. Di qui lo scarto tra investimento e “ritorno”.

Diverso il caso della politica commerciale dell’Unione, un tempo fiore all’occhiello della postura esterna della Ue ed oggi ostaggio di complessità e condizionalità normative talvolta comprensibili (stato di diritto, diritti umani) ed altre invece oggetto di pressioni derivanti da singole sensibilità di Stati membri, elementi spesso percepiti dall’esterno con malcelato fastidio e crescente sospetto.

In via più generale, la resistenza a non prevedere un incremento quanto meno delle “risorse proprie” dell’Unione rappresenta di fatto il vincolo imposto dagli Stati che impedisce alla Ue di aspirare a quel ruolo di “attore di primo livello” che il mutevole ordine internazionale richiede. Un diritto di veto che, assieme a quello che regola la politica estera e di difesa, confina questi ambiti, non secondari ovviamente, ai margini del processo di costruzione europea.

Le sfide evocate, tuttavia, o si affrontano assieme o finiranno per sovrastarci. La “Conferenza sul futuro dell’Europa”, conclusasi pochi mesi fa, ha sofferto molti, troppi ostacoli: calendario in avvio strozzato dalla pandemia e lavori irretiti in un labirinto procedurale. Infine, una chiusura dell’esercizio con una serie di buone idee sul tavolo “sedate” dalla mano intergovernativa.

È vero che la realizzazione dell’auspicabile salto di qualità europeo non è dietro l’angolo, ma un rinvio sine die di una seria ripresa del dibattito sul domani potrebbe costare caro all’Europa di oggi.

In futuro nessuno comprenderà, infatti, che a diluire o ad impedire il tutto erano state una serie di scadenze elettorali, o la presunta difesa di sovranità rivendicata da alcuni Stati membri. Tutto questo mentre la sovranità potenziale dell’Europa a livello globale lasciava gradualmente il posto alla subalternità.

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