Le stime conservative di Istat dicono che 337.000 giovani laureati in Italia hanno lasciato il Paese dal 2012 al 2022. Stime simili dal 2000 al 2011. I numeri reali sono probabilmente molto maggiori. Una vera e propria fuga di buona parte della nostra classe dirigente presente e futura che nemmeno la pandemia è riuscita a fermare, dal momento che nel 2021 il 40% dei giovani emigrati era laureato. A questa fuga corrisponde un numero di laureati in Italia tra i più bassi d’Europa (fonte Eurostat) e un ingresso di laureati stranieri insignificante rispetto alle necessità di un paese come il nostro.
Come professore universitario, dal 2000 ho visto radicarsi progressivamente negli studenti un profondo convincimento: “l’Italia non è un paese per giovani. Non ci sono opportunità. Qui è inutile anche solo provare a realizzarsi”. Questa certezza emerge da alcuni anni già nelle scuole superiori e alcuni vanno all’estero appena diplomati. Provate a chiedere ai vostri figli. Tale disillusione la …
Le stime conservative di Istat dicono che 337.000 giovani laureati in Italia hanno lasciato il Paese dal 2012 al 2022. Stime simili dal 2000 al 2011. I numeri reali sono probabilmente molto maggiori. Una vera e propria fuga di buona parte della nostra classe dirigente presente e futura che nemmeno la pandemia è riuscita a fermare, dal momento che nel 2021 il 40% dei giovani emigrati era laureato. A questa fuga corrisponde un numero di laureati in Italia tra i più bassi d’Europa (fonte Eurostat) e un ingresso di laureati stranieri insignificante rispetto alle necessità di un paese come il nostro.
Come professore universitario, dal 2000 ho visto radicarsi progressivamente negli studenti un profondo convincimento: “l’Italia non è un paese per giovani. Non ci sono opportunità. Qui è inutile anche solo provare a realizzarsi”. Questa certezza emerge da alcuni anni già nelle scuole superiori e alcuni vanno all’estero appena diplomati. Provate a chiedere ai vostri figli. Tale disillusione la si riscontra anche nelle bassissime percentuali di ragazzi che vanno a votare. La fascia 18-34 anni è infatti quella che alle ultime politiche ha registrato l’assenteismo più alto pari al 43%. Il messaggio è chiaro: inutile provare a cambiare le cose. L’assenza di meritocrazia, i bassi stipendi - inferiori a quelli di trent’anni fa secondo un recente rapporto Ocse - e pochissimi posti di lavoro qualificato sono le ragioni principali per cui i laureati lasciano il paese. Quando si cerca di farli tornare, proponendo stipendi dignitosi (grazie anche agli sgravi fiscali) e percorsi di crescita professionale importanti, la risposta è spesso negativa. Questo perché sanno che in Italia le opportunità basate sul valore delle persone e delle idee sono rarissime e che la qualità della vita nel Regno Unito, in Canada, negli Stati Uniti, nei paesi scandinavi, in Francia e in Germania, dove vivono rinunciando al supporto della famiglia, è comunque migliore rispetto alla nostra. Il risultato: gli scienziati portano i fondi di ricerca e le loro idee all’estero, gli imprenditori le startup innovative. Le nostre industrie non trovano i tecnici, gli ospedali i medici e gli infermieri specializzati. Ormai anche i concorsi pubblici per laureati vanno spesso deserti.
Fino agli anni 90, i giovani riuscivano a far sentire le loro ragioni al mondo degli adulti e della politica. Questa contrapposizione permetteva alla nostra società di evolvere e di costruire un paese in cui i ragazzi in parte si riconoscevano e quindi, arrivati al momento delle scelte, decidevano di investire in Italia (tranne una piccola percentuale fisiologica). Negli ultimi venticinque anni, la diminuzione progressiva degli under 30 rispetto al resto della popolazione ha ridotto queste contrapposizioni fino a farle scomparire. L’energia, una volta spesa nel confronto generazionale, viene oggi usata dai ragazzi nel difficile e solitario percorso di emigrazione e di integrazione in un altra nazione. Battaglioni di laureati hanno fatto i lavapiatti a Londra al solo scopo di imparare la lingua per poi sostenere un colloquio di assunzione. Sia chiaro, i laureati che rimangono non sono meno bravi di quelli che vanno via, ma, essendo sempre meno, non riescono ad incidere con le loro capacità innovative, e con il tempo tendono ad omologarsi alle logiche dei più anziani. La conseguenza è una società plasmata ormai da anni su obiettivi estranei al mondo giovanile.
Bloccare questa emorragia di capitale umano dovrebbe essere la missione numero uno della politica, però non se ne sente parlare. Senza la capacità e l’energia innovativa di questo mare di giovani, il paese rimane immobile. Sostenere i salari in linea almeno con la media europea, l’imprenditoria giovanile e le nuove famiglie sono alcune delle azioni chiave da portare avanti. Agire per riportare in Italia posti di lavoro qualificati anche sfruttando il processo di reindustrializzazione nazionale a seguito delle tensioni con la Cina e agevolare l’immigrazione di giovani laureati stranieri come in Germania e in Francia. Il tema è urgentissimo poiché se combiniamo i dati dell’emigrazione giovanile con quelli della denatalità (anch’essa, in parte, dovuta ai bassi salari e alla bassa qualità della vita) ci troveremo già nel 2042 di fronte a uno scenario da brividi, che precluderebbe al nostro paese ogni possibilità di sviluppo condannandolo all’irrilevanza geopolitica e al collasso del sistema pensionistico. Quest’ultimo scenario dovrebbe far riflettere seriamente tutti gli ultraquarantenni politici e non.