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Salario minimo, il cantiere dell’alternativa

Giorgia Meloni all'uscita dell'incontro con l'opposizione sul salario minimo

 (ansa)
L’incontro a Palazzo Chigi fra il governo e l’opposizione
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Era illusorio sperare in un esito diverso dalla riunione di ieri tra governo e opposizione sul salario minimo, di fatto la prima interlocuzione di questo livello dopo il fugace incontro di maggio dedicato alle riforme. Eppure, benché Meloni e il governo abbiano dimostrato di non considerare una priorità il lavoro sottopagato, non si è trattato di uno sforzo inutile.

Anzitutto perché ha consentito alle opposizioni di presentarsi unite all’appuntamento, avendo schivato i numerosi tentativi della maggioranza di soffocare questo primo vagito di coalizione possibile.

Sì, perché il non detto politico che sta alla base della giornata appena trascorsa è proprio questo. Per la prima volta, su un terreno sociale capace di risuonare in ampie fasce della popolazione – dagli impiegati nei servizi a basso valore agli addetti al commercio, dai vigilantes ai dipendenti delle piccole imprese – le forze politiche di un vasto arco parlamentare si sono trovate a parlare, salvo sfumature, con la stessa …

Era illusorio sperare in un esito diverso dalla riunione di ieri tra governo e opposizione sul salario minimo, di fatto la prima interlocuzione di questo livello dopo il fugace incontro di maggio dedicato alle riforme. Eppure, benché Meloni e il governo abbiano dimostrato di non considerare una priorità il lavoro sottopagato, non si è trattato di uno sforzo inutile.

Anzitutto perché ha consentito alle opposizioni di presentarsi unite all’appuntamento, avendo schivato i numerosi tentativi della maggioranza di soffocare questo primo vagito di coalizione possibile.

Sì, perché il non detto politico che sta alla base della giornata appena trascorsa è proprio questo. Per la prima volta, su un terreno sociale capace di risuonare in ampie fasce della popolazione – dagli impiegati nei servizi a basso valore agli addetti al commercio, dai vigilantes ai dipendenti delle piccole imprese – le forze politiche di un vasto arco parlamentare si sono trovate a parlare, salvo sfumature, con la stessa voce.

È una rete che inizia a stringersi e va dalle formazioni del centro liberal-democratico (Calenda, Magi, Bonino, Della Vedova) fino a Sinistra italiana e Verdi, passando per i due partiti maggiori, Pd e Cinque Stelle.

È l’inizio di un cantiere, solo l’inizio certamente, ma appena due mesi fa nemmeno si vedeva. Ci sarà nel concreto molta strada da fare e molte saranno le trappole da evitare, come quella appena piazzata astutamente da Giorgia Meloni di rinviare la discussione sul salario minimo a un futuro progetto del Cnel di Renato Brunetta, con cui la collaborazione sembra si sia fatta intensa negli ultimi tempi.

Ma un primo importante traguardo è stato raggiunto e forse, simbolicamente, è stata ieri più importante la riunione che i leader delle opposizioni hanno fatto tra di loro al termine dell’incontro con il governo rispetto all’appuntamento principale nella Sala Verde.

Poi, naturalmente, c’è il merito della questione, su cui la battaglia continua. Si comprende benissimo perché Meloni, finora impegnata a governare in beata solitudine e senza accogliere alcun suggerimento dagli avversari, abbia accettato di interrompere le vacanze per riaprire palazzo Chigi.

Sul salario minimo stavolta non può dire semplicemente di no. E non può farlo perché un’ampia fetta del suo stesso elettorato si mostra a favore (secondo il sondaggio di Antonio Noto per Repubblica del 25 luglio, si tratta di 7 italiani su 10).

Per rispondere all’offensiva delle opposizioni, che la trovano scoperta proprio su quel terreno sociale su cui Meloni, e in parte anche Salvini, ha costruito la sua recente fortuna, il governo è costretto ad arrampicarsi sugli specchi, confondendo le acque.

Ma le argomentazioni contro il salario minimo sono talmente deboli che non dovrebbe essere difficile smontarle. La principale obiezione è che l’introduzione di un salario minimo trascinerebbe in basso le attuali retribuzioni “superiori” alla soglia dei 9 euro lordi l’ora.

Ma è un falso argomento, che volutamente fa confusione tra la paga oraria minima e il trattamento economico complessivo previsto dai contratti nazionali, che comprende il trattamento economico minimo, gli scatti di anzianità, le mensilità aggiuntive e tutte le altre voci che compongono la busta paga. La paura di un livellamento verso il basso è infondata e basta vedere quanto accaduto nei Paesi (22 nazioni europee su 27 l’hanno introdotto) dove una legge simile è stata approvata.

Con una struttura industriale di peso comparabile con il nostro, la Germania è un esempio calzante. Come si legge in un paper dell’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale, “per quanto riguarda la distribuzione dei salari, in Germania l’effetto del salario minimo fu indubbiamente positivo: nell’arco di un anno i posti di lavoro pagati meno di 8,50 euro all’ora si ridussero da circa 4 milioni (aprile 2014) ad appena 1 milione 365 mila (aprile 2015)”.

In Italia l’effetto sarebbe un miglioramento significativo delle paghe per milioni di persone, di questo Meloni e Salvini sono perfettamente coscienti. Secondo l’Istat ci sono circa 3 milioni di lavoratori con una retribuzione oraria inferiore a 9 euro l’ora.

“Per questi lavoratori l’aumento medio annuale nella retribuzione sarebbe di circa 804 euro se questa salisse a 9 euro l’ora, con un conseguente aumento complessivo della massa salariale di 2,8 miliardi di euro” (Osservatorio sui conti pubblici italiani).

È questo il terreno di gioco più infido per il governo, perché questi milioni di lavoratori sottopagati, in maggioranza, si sono fidati degli slogan della Destra e hanno votato alle ultime politiche per FdI o la Lega.

L’altra obiezione falsa, facilmente smontabile, è quella ripetuta su ogni social e a favore di telecamera. Ma se l’attuale opposizione pensa davvero che il salario minimo sia un’urgenza, perché non l’ha introdotto quando ne ha avuta l’opportunità? Obiezione ipocrita, che volutamente gioca sulla scarsa memoria del passato anche recente. Per esempio, l’esperienza del governo Draghi, quando la proposta dell’allora ministro del Lavoro Andrea Orlando, che aveva anche raggiunto un consenso fra le forze sindacali, venne affossata proprio da Lega e Forza Italia.

In questa battaglia, che è l’anticipo dello scontro che avverrà alla ripresa sulla legge di bilancio, certamente Giorgia Meloni ha molte frecce nella sua faretra: i sindacati, anche Cgil e Uil, restano freddi e passivi rispetto a una proposta che, sbagliando, temono vada a indebolire il loro potere contrattuale con le imprese; l’opposizione è ancora percorsa da forti tentazioni di giocare la partita ciascuno per proprio conto, senza contare che Matteo Renzi – dimentico del fatto che la primogenitura del salario minimo si deve al suo governo – ha deciso di smarcarsi dal resto della compagnia; infine, la maggioranza appare saldamente contraria, seppure con un’apertura tattica della presidente del Consiglio.

Ma, per una volta, Meloni è sembrata in difficoltà, sulla difensiva, consapevole di non potersi permettere una chiusura totale. È il primo vero varco che si offre all’opposizione, che farebbe bene a non perdere lo slancio mostrato ieri.

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