Hanno aspettato giusto il tocco delle campane a morto, i detrattori di Michela Murgia. Poi hanno ricominciato a parlarne con fastidio, sollevando questa volta una domanda: “Perché tutto questo amore verso di lei? Perché così tanti al suo funerale?”
Qualcuno si domanda la ragione di questo inspiegabile “fenomeno Murgia”, qualcun altro assolvendo lei spara a zero su tutte le attiviste che hanno iniziato a prendere voce negli ultimi anni muovendosi sulla sua scia.
Pur se carica di malizia, la domanda non è solo legittima, ma necessaria. Michela Murgia ha creato qualcosa di davvero insolito in Italia: non solo si è fatta bersaglio e parafulmine di ogni insulto da parte di politici e elettori populisti, ma ha fecondato un terreno che sembrava arido. Quando le parlai la prima volta, a un incontro alla Casa Internazionale delle Donne a Roma meno di dieci anni fa, ero la persona più giovane della stanza. Oggi quello stesso spazio è pieno di persone di una generazione successiva alla mia e d…
Hanno aspettato giusto il tocco delle campane a morto, i detrattori di Michela Murgia. Poi hanno ricominciato a parlarne con fastidio, sollevando questa volta una domanda: “Perché tutto questo amore verso di lei? Perché così tanti al suo funerale?”
Qualcuno si domanda la ragione di questo inspiegabile “fenomeno Murgia”, qualcun altro assolvendo lei spara a zero su tutte le attiviste che hanno iniziato a prendere voce negli ultimi anni muovendosi sulla sua scia.
Pur se carica di malizia, la domanda non è solo legittima, ma necessaria. Michela Murgia ha creato qualcosa di davvero insolito in Italia: non solo si è fatta bersaglio e parafulmine di ogni insulto da parte di politici e elettori populisti, ma ha fecondato un terreno che sembrava arido. Quando le parlai la prima volta, a un incontro alla Casa Internazionale delle Donne a Roma meno di dieci anni fa, ero la persona più giovane della stanza. Oggi quello stesso spazio è pieno di persone di una generazione successiva alla mia e di spazi di incontro ne sono nati e ne nascono di continuo, nel mondo fisico e in quello digitale. Spazi che sono più connessi di quanto possa sembrare.
Negli anni, Michela Murgia ha spinto moltissime persone a scrivere, a parlare, a creare associazioni, iniziative su tutto il territorio. Ha capito qualcosa che per molti altri intellettuali è indigeribile: che il perfezionismo va bene se riguarda te, le parole che scegli tu, ma non può diventare un’arma di offesa verso chi non ritieni alla tua altezza. Per questo ha costruito un linguaggio, ha creato delle parole che non esistevano e costruito pensieri che sono stati amplificati e ripetuti all’infinito. Perché l’intellettuale incide non se quello che scrive rimane sulla carta, ma se le sue parole continuano a essere ricordate, entrano nel discorso comune, diventano strumenti di rappresentazione.
Murgia non chiedeva la perfezione, ma l’azione. La parola perfetta la pretendeva da sé, ma era talmente consapevole di quanto fosse difficile allearsi in un paese che ha sempre sofferto di lotte intestine, di una sinistra che si è sempre spaccata a causa del fuoco amico, che ha invitato sempre più spesso a non separarsi e a smettere di farsi la guerra.
In questo modo, ha provato a creare la vera egemonia culturale di cui parlava Antonio Gramsci, in cui «la teoria per semplice estensione si fa pratica, cioè affermazione della necessaria connessione tra l’ordine delle idee e quello dell’azione». Chi si sentiva un vero underdog è stato invitato a prendere parola, a raccontare altre storie, a cambiare la sensibilità di un paese lentissimo che da sempre ha fatto di tutto perché niente cambiasse.
Senza dirlo mai esplicitamente, ha agito perché chiunque potesse partecipare alla formazione del gusto e dell’immaginario e sentisse di avere potere come parte della cosa pubblica.
Avrebbe potuto limitarsi a essere una grande narratrice e condurre un’esistenza più tranquilla, chiedendo per sé solo applausi e mostrando all’occorrenza il proprio sapere. Al contrario, ha proposto un’altra strada per iniziare un’opera di penetrazione culturale e di permeazione di idee. Ha usato i social network per entrare in contatto con persone che altrimenti sarebbero state tagliate fuori dal dibattito, in un’Italia fatta di periferie e province. Ha dialogato con persone che agli occhi degli intellettuali non erano abbastanza colte per occuparsi di diritti e femminismo. Ha parlato di libri — come Le nebbie di Avalon — considerati troppo poco letterari per una romanziera che aveva vinto il Campiello.
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Esistono persone con un’intelligenza tanto potente da creare intorno a loro solo terra bruciata, perché troppo ingombranti e ossessionate da se stesse. Michela Murgia, al contrario, si è messa per anni al servizio, ha mostrato che usare il proprio potere per fare spazio ad altre persone non significava sottrarre qualcosa, ma generare.
Se tante persone oggi sono disorientate e provano dolore è per gratitudine, un sentimento umano che questo paese conosce poco e che poco apprezza, perché lo scambia per convenienza o per debolezza.
A chi non capisce la ragione di questo lutto collettivo, in un’epoca che critica l’individualismo ma poi ritiene scontato inseguire il puro interesse personale, rimane sempre aperta la possibilità di meditare su cosa può fare un intellettuale oggi, su come possa incidere davvero nell’immaginario e creare egemonia culturale. Anche a loro rimane aperta la possibilità di comprendere cosa ha lasciato Michela Murgia: l’assoluta urgenza di creare spazio “per chi nella vita ha dovuto combattere sentendosi sempre qualcosa di meno”.