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Gli errori si pagano

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La destra italiana è incapace di gestire il fenomeno dei migranti
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L’inganno è ormai svelato. La perentorietà delle vecchie parole d’ordine si sta sgretolando in una inerme indecisione. I dati sugli sbarchi dei migranti nel 2023 sono impietosi. E accartocciano non solo le promesse di questa destra nell’ultima campagna elettorale ma soprattutto la sicumera con cui sono state pronunciate. Quasi 100 mila sbarchi nei primi sette mesi dell’anno. Un record. In tutto il 2022 sono stati meno della metà (48 mila), nel 2021, complice in verità la pandemia, ancora meno. Il governo Meloni, che si era presentato ai cittadini del nostro Paese assicurando che con la loro specifica bacchetta magica avrebbero risolto il problema, dovrebbe almeno avere l’onore di ammettere di aver disatteso e violato quel particolare contratto pubblico che si stipula con gli italiani prima del voto.

L’incapacità della destra italiana di gestire un fenomeno complesso e di farsi aiutare dall’Unione europea si specchia adesso nella realtà. L’Ue, nello stesso tempo, si sta rivelando ass…

L’inganno è ormai svelato. La perentorietà delle vecchie parole d’ordine si sta sgretolando in una inerme indecisione. I dati sugli sbarchi dei migranti nel 2023 sono impietosi. E accartocciano non solo le promesse di questa destra nell’ultima campagna elettorale ma soprattutto la sicumera con cui sono state pronunciate. Quasi 100 mila sbarchi nei primi sette mesi dell’anno. Un record. In tutto il 2022 sono stati meno della metà (48 mila), nel 2021, complice in verità la pandemia, ancora meno. Il governo Meloni, che si era presentato ai cittadini del nostro Paese assicurando che con la loro specifica bacchetta magica avrebbero risolto il problema, dovrebbe almeno avere l’onore di ammettere di aver disatteso e violato quel particolare contratto pubblico che si stipula con gli italiani prima del voto.

L’incapacità della destra italiana di gestire un fenomeno complesso e di farsi aiutare dall’Unione europea si specchia adesso nella realtà. L’Ue, nello stesso tempo, si sta rivelando assente. Per scelta e anche per costrizione. Non mancano, infatti, i deficit di una Comunità che continua a profilarsi sugli interessi nazionali e sul metodo intergovernativo. Ma l’esecutivo italiano non ha fatto nulla per rompere gli schemi. Ha prima assecondato le pulsioni più retrive e viscerali del fronte sovranista con l’Ungheria e la Polonia e poi si è rinchiuso nell’immobilismo. Ha capito con estremo ritardo — è accaduto all’ultimo consiglio europeo di giugno — che il patto con l’ungherese Orbán e il polacco Morawiecki aveva i piedi d’argilla. E quindi ha accettato l’inazione propagandandola come un grande successo. “La dimensione esterna della questione migratoria era impensabile fino a qualche mese fa e oggi è sostanzialmente condivisa da tutti”, diceva Giorgia Meloni il 30 giugno scorso. Ma cos’è la “dimensione esterna”? Un concetto presente nei documenti delle Istituzioni comunitarie ormai da anni, ma soprattutto si tratta di uno strumento vuoto. Una sterile dichiarazione di massima. L’Italia non ha ottenuto di più e non si è messa in condizione di chiedere di più.

Basti pensare alla fuffa della “solidarietà obbligatoria”. Un principio secondo cui gli extracomunitari entrati in Italia illegalmente rimarranno nel nostro Paese. Senza alcun coinvolgimento degli altri 26 partner se non economico. Sulla nostra testa, del resto, pende la tagliola dei cosiddetti movimenti secondari, ossia i migranti che arrivano nelle nostre coste e poi si trasferiscono illecitamente negli altri Paesi. L’Italia non fa niente per evitare questi “traslochi” e la risposta — proprio all’ultimo vertice Ue — è equivalente. Senza contare che quel poco che è stato strappato — davvero poco ed esclusivamente legato ai riconoscimenti amministrativi di chi approda in territorio europeo — rischia comunque di essere un fuoco di paglia o una misura adottata quando non servirà più. Perché l’accordo siglato a giugno dai capi di Stato e di Governo verrà approvato dall’EuroParlamento non prima della fine dell’anno. Quando cioè gli sbarchi saranno completati.

Anche il recente memorandum sottoscritto in Tunisia alla presenza della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dell’allora primo ministro olandese, Mark Rutte, sta mostrando tutti i suoi limiti. A cominciare dai soldi esigui messi a disposizione del governo africano: 150 milioni. Cioè niente. Se si considera che la Germania, in occasione della crisi migratoria siriana, riuscì a far mettere sul tavolo 6 miliardi a favore della Turchia. Il tutto senza capire — o almeno senza sfruttare — la circostanza che von der Leyen sta avviando la sua personale campagna per la riconferma e che Rutte stava cercando di salvare il suo gabinetto. Senza poi riuscirci.

Una serie, insomma, di calcoli sbagliati e di occasioni perdute che ricadono esclusivamente su Palazzo Chigi. E che sono stati accompagnati da almeno altri due errori squisitamente politici. La scelta di non invitare la Francia alla Conferenza sui migranti che si è svolta a Roma, è stata inutilmente provocatoria. E infine l’ultima apertura di credito concessa dalla presidente del consiglio alla leader della destra francese, Marine Le Pen, rappresenta anche l’ennesima caduta in termini di affidabilità. Perché quella destra nelle Cancellerie più importanti e incisive d’Europa rappresenta un confine invalicabile. Meloni lo ha varcato. E ora non può pensare di ricevere in cambio qualsiasi tipo di soccorso. Sui migranti e nemmeno sui dossier più delicati in discussione nell’Unione, come la riforma del Patto di Stabilità.

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